La guerra di Lorenzo il pacifismo in trincea del tenente siciliano

La guerra di Lorenzo il pacifismo in trincea del tenente siciliano

Quella notte Lorenzo non riuscì a dormire. Sarà stato il vino, o il litigio con Marisa, o forse quel caldo umido delle notti del sud che ti fa appiccicare addosso le lenzuola e per quanto ti rigiri nel letto non ne esci vivo e sudi e ti rigiri e alla fine non ne puoi più e preghi perché scoppi uno di quei bei temporali di fine estate così da avere un po’ di sollievo. Marina non era propriamente la sua fidanzata, ma si illudeva di esserlo e si comportava come si conviene ad una ragazza onesta: disapprovava le sue amicizie, i suoi passatempi, insisteva affinché terminata la ferma nell’ esercito egli potesse intraprendere la carriera di avvocato così da crearsi una solida posizione. E poi ovviamente il matrimonio. Sì, forse per pigrizia e per quieto vivere egli l’ aveva un po’ illusa, ma in fondo non le aveva mai promesso nulla, o almeno così gli sembrava. Stanco di arrotolarsi fra le lenzuola ormai madide di sudore Lorenzo le scostò con un moto di nervosismo, si alzò e si avvicinò alla finestra della sua camera, aprì le verdi persiane di legno e la vista volò libera sugli immensi giardini di limoni che risplendevano alla luce della luna, e in lontananza il mare ancora nero punteggiato dalle poche luci delle lampare dei pescatori.
Incipit del romanzo di Sergio Belfiore, Il mio nemico, Edizioni Akkuaria, 328 pagine, 16 euro. È quantomeno curioso che uno come Sergio Belfiore, classe 1962, catanese, abbia scritto un romanzo ambientato nel corso della seconda guerra mondiale.
Dalle notizie che riguardano l’autore, si ricava che Belfiore è stato pilota dell’aeronautica militare e nutre una grande passione per la storia del Novecento.
Tra le pieghe di queste due indicazioni, si nasconde probabilmente la coazione a dare corpo a una storia che sta tra il romanzo di formazionee la letteratura bellica. È probabile che le gesta di Lorenzo Russo, il protagonista, nascondano in esergo racconti familiari, quelle epopee minime, raccolte dalla viva voce di un parente canuto. Ma c’ è di più: ambientato tra la Catania brancatiana e i paesini dell’ Etna, Il mio nemico è un romanzo eziologico: nel corso della narrazione, infatti, l’autore dà l’avvio a lunghe digressioni, che riguardano toponimi, famiglie dall’antica storia, che a volte però appesantiscono la pagina, costringendo il lettore a trascinarsi dietro qualche zavorra. Ma quando l’autore trova il passo giusto, libero dalla palla al piede della meticolosa messa a fuoco, allora la prosa fila via liscia, non più limacciosa.
A questo punto, urge un’altra precisazione: come sembra demodè la scelta di un romanzo sulla seconda guerra mondiale, così sembra tardoottocentesco lo stile, una scrittura rotonda, elegante: «La pioggia aveva finalmente cessato di battere e la luna iniziava a fare capolino da dietro le nubi, rischiarando alla sua fioca luce il paesaggio circostante; l’ aria era fresca, piacevole, e dai neri boschi che correvano come ombre minacciose ai bordi della strada sterrata si spandevano odori di muschio, di cipresso, di terra bagnata».
Il protagonista del romanzo è figlio di proprietari terrieri, nutre una certa simpatia per Marisa (che vanta un ottimo pedigree), dalla quale è perfettamente ricambiato. Studia giurisprudenza, ma senza fretta, ed è ufficiale di complemento. Sembra un giovane qualunque, amministra le sue terre con passione, non si interessa di politica. Accetta lo status quo senza porsi problemi, passivamente, ripetendo all’interlocutore di turno i soliti luoghi comuni.
La prima parte del romanzo, infatti, ha un’impostazione dicotomica: Lorenzo trascorre buona parte del suo tempo con l’amico Piero, che invece, posseduto dal sacro fuoco della passione politica, guarda con insofferenza il regime. La sua granitica fede bolscevica fa da contraltare alle argomentazioni di Lorenzo: da un lato, le frasi fatte su Mussolini, le sue scelte strategiche; dall’altro, le tirate al vetriolo di Piero, il suo sguardo corrosivo. Se dunque Lorenzo pensa che la politica sia una «splendida arte del perder tempo», dal canto suo Piero considera il suo amico alla stregua di un «ufficiale dalla testa vuota».
Siamo tra il 1940 e il 1941: Mussolini promuove la campagna africana, Hitler sta per invadere la Polonia. Lorenzo è convocato in caserma: è nella lista di quanti dovranno partite per il continente africano. Cominciano a vacillare alcune certezze: quella che fino a poco tempo fa era la «guerra degli altri», rischia di diventare qualcosa di pericoloso per lui.
Lorenzo ha il tempo di comunicarlo alla sua famiglia, a Marisa: il cui padre, grazie a Dio, ha buone amicizie al Ministero. Tra una telefonata e l’altra, arriva la sospirata raccomandazione: Lorenzo non partirà nell’immediato. Nel frattempo, gli eventi bellici italiani sempre più vacillano: la marina militare non fa che registrare fallimenti, a causa del difettoso coordinamento con l’aviazione e della maggiore efficienza dei servizi segreti britannici. Una brevissima parentesi: per farsi un’ idea degli errori strategici, basterebbe leggere i libri di Antonino Trizzino, cominciando da Gli amici dei nemici: pagine velenose, che rappresentano l’ altra faccia della propaganda. Ma torniamo a Il mio nemico: Lorenzo, scansato il pericolo africano, si vede piombare addosso il masso della Russia: «In quel momento, a migliaia di chilometri di distanza, tre milioni di uomini inquadrati in centocinquanta divisioni lungo un fronte di mille e ottocento chilometri sparavano i primi colpi di cannone sul suolo russo: scattava l’ operazione Barbarossa, la conquista dell’ Unione Sovietica».
Il giovane siciliano (Lorenzo ha 21 anni) è costretto così a partire con il neonato Csir (il Corpo di Spedizione Italiano in Russia), in qualità di sottotenente dell’ottantesimo reggimento della divisione Torino.
A fare da eco letteraria, manco a dirlo, Guerra e pace di Tolstoj e la precedente, disastrosa, campagna di Russia napoleonica: «Il giovane conte Nikolaj Rostov era sinceramente innamorato del suo imperatore, lo zar Alessandro, e avrebbe dato qualsiasi cosa non per morire per lui, questo non avrebbe mai osato sperarlo, ma solo per poter morire davanti a lui, magari ferito in battaglia nella difesa della Russia dal nemico invasore».
Nel caso di Lorenzo, i nemici invasori sono i tedeschi e gli alleati: che mettono piede in continente russo con la convinzione di arrivare subito al dunque, sulla scia dei successi teutonici. Ma le cose non sono così semplici. Precipita così la tragedia. Fino a quando non si trova in un bivio: assistere inerte all’uccisione di donne, bambini, senza alcuna pietà, da parte dei tedeschi invasati, oppure fare il grande salto, come gli suggeriva l’amico Piero: passare dall’altra parte, non sentendo più le ragioni di un cieco e bieco patriottismo. E così Lorenzo spara contro un soldato tedesco (uccidendolo), che sta per far fuori un bambino, in uno dei villaggi russi rastrellati. Sul suo capo adesso pendono come macigni le accuse di diserzione, omicidio e tradimento. Finito tra le mani dei nemici, Lorenzo riesce a cavarsela: conosce la bella e algida Neva, commissario politico del Partito comunista e se ne innamora.
Le cose però per lui si complicano ulteriormente: ha inizio così la fuga alla volta di casa sua. –
 
Salvatore Ferlita
 

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