Essi partivano, noi partiamo. Storie di italiani andati lontano

Essi partivano, noi partiamo. Storie di italiani andati lontano

“Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti.
Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali.”

Questo potrebbe sembrare un estratto preso da qualche quotidiano di oggi o magari parte di un discorso tenuto in qualche talk show in tv, dove si parla di immigrazione o di clandestini provenienti da qualche paese africano o del medio-oriente, invece il testo è tratto da una relazione dell’Ispettorato per l’Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, ottobre 1912. Esatto italiani.

Tra il 1861 e il 1985 dall’Italia sono partiti quasi 30 milioni di emigranti. Come se l’intera popolazione italiana di inizio Novecento se ne fosse andata in blocco. La maggioranza degli emigranti italiani, oltre 14 milioni, partì nei decenni successivi all’ Unità d’ Italia, durante la cosiddetta “grande emigrazione” (1876-1915) . Negli Stati Uniti che da poco avevano abolito la schiavitù si diceva che gli italiani non erano bianchi,“ma nemmeno palesemente negri“. In Australia, altra destinazione, erano definiti“l’invasione delle pelle oliva”. E poi ancora “una razza inferiore” o una “stirpe di assassini, anarchici e mafiosi“.

L’ Italia paese di marinai, poeti, artisti e di migranti. Purtroppo spesso lo dimentichiamo.

Non lo ha dimenticato invece, Giusi Sapienza, l’autrice della raccolta di racconti “Essi partivano, noi partiamo” (ed. Akkuaria). Come si specifica nel sottotitolo della raccolta, storie di italiani andati lontano, si raccontano le avventure di italiani ed italiane andati via dal proprio paese o dalla propria città per cercare altrove miglior fortuna. I protagonisti sono di diversa estrazione sociale: l’operaia, il contadino, il musicista, il cantante, il giovane laureato. Tutte persone che sono state costrette ad andare via dall’ Italia per poter sperare in un futuro migliore.

L’emigrazione è stata analizzata nelle sue diverse sfaccettature, quella dei decenni passati dove le famiglie povere pativano la fame e furono costrette ad andare via: figli separati dalle madri, mariti separati dalle mogli, oceani e mari a dividerli. Le comunità italiane d’america dove le tradizioni si tramandavano e restavano le stesse del paese o della comunità di provenienza, a volte anzi paradossalmente erano seguite con maggior assiduità e quando si rincontravano con vecchi amici o parenti lontani si accorgevano che forse erano proprio loro “migranti” ad essere diventati più tradizionalisti. La povertà a volte porta anche a scelte di vita forti, alcune famiglie avendo troppi figli da sfamare cercavano di far sposare il prima possibile “le femmine” con matrimoni combinati, è il caso della protagonista di uno dei racconti, la quale pur non amando e non volendosi sposare dovette cedere ed ubbidire ai propri genitori.

Ma l’emigrazione con il passare dei decenni cambia, e se prima a partire erano i poveri adesso sono i laureati, i professionisti, che non potendosi realizzare nel “Bel Paese”, asfissiato tra contratti precari e e condizioni lavorative pessime, prive di ogni principio di meritocrazia, sono costretti ad andare via per poter fare carriera.

La vita all’estero si presenta non priva di difficoltà: a volte per la lingua e la cultura diversa, altre per trovare una casa, a volte per crearsi delle vere amicizie o una famiglia. Ma andare fuori dal proprio paese ti porta anche a metterti in gioco con te stesso, ad uscire fuori dalla tua zona di comfort e ad avere risultati prima insperati, significa anche avere l’indipendenza economica ed una propria casa , vuol dire crescere. La stessa autrice ha vissuto in prima persona l’esperienza dell’emigrazione essendo nata e cresciuta in Sicilia ma trasferitasi all’estero per motivi professionali, è vissuta in quattro paesi diversi e alla fine ha deciso di fermarsi nella capitale francese, Parigi.

Queste sue esperienze di vita hanno sicuramente influenzato la sua visione sul fenomeno dell’emigrazione e della vita stessa. Le emozioni e le difficoltà dei protagonisti dei suoi racconti sono probabilmente quelle che lei stessa ha provato in prima persona: la paura verso l’ignoto, la malinconia di lasciare le proprie radici, la gioia e la vitalità di una vita nuova e ricca di nuove opportunità si mescolano spesso tutte insieme. Alcune volte il tormento di non sapere più quale sia realmente “casa” e quale sia il luogo giusto dove stare prende il sopravvento, e porta un malessere psicologico che diventa anche fisico come nel protagonista di “Venerdi Santo”, altre invece la felicità di poter scoprire un luogo nuovo e poter disporre della propria vita, la possibilità di realizzare i propri sogni supera di gran lunga qualsiasi forma di tristezza e malumore.

I racconti hanno un ritmo abbastanza veloce, spesso caratterizzato da un narratore in prima persona e da forme dialogate. Dialoghi snelli, semplici, molto realistici e aderenti al contesto che rendono il testo di facile lettura ed interpretazione, una lettura scorrevole e piacevole per chi preferisce una scritto “amichevole” e non troppo impegnativo. Per rendere i dialoghi ancor più realistici l’autrice ha cercato di riprodurre il linguaggio “misto” dei migranti che utilizzavano la lingua straniera del paese ospitante con il dialetto di provenienza, cercando di trascrivere le parole come sono pronunciate e non come sono realmente scritte.

“ Masino amuninni, lez go o’ scopping center. Caman.”

In fondo, tutti noi siamo stati creati con i piedi che sono fatti per spostarsi e non per mettere radici. Sin dall’antichità il fenomeno delle migrazioni è stato elemento caratterizzante la civiltà umana e anche se al giorno d’oggi spesso ce lo dimentichiamo anche noi fummo migranti e forse non abbiamo mai smesso di esserlo. Questo libro in modo leggero e positivo ci ricorda che siamo tutti figli di un unico pianeta e che la vera “casa” non sempre è dove nasciamo ma è dove troviamo noi stessi e i nostri sentimenti.

 

Dario Miele

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