Premio Akadèmon 2017 a Elena Della Giovanna

Premio Akadèmon 2017 a Elena Della Giovanna

Questo è quello che Vera Ambra ha fatto per me. Un riconoscimento al mio compito, che Vera, con grazia e maestria, ha saputo incartare nelle pagine di un libro. Dando fiato e carta a quello che mi frulla nella testa, costruendo l’ossatura, un filo conduttore, una spina dorsale, attorno ai pensieri sparsi.

Rincorrendomi per mari e monti, quando puntualmente ero irrintracciabile, non battendo ciglio di fronte alla mia totale assenza di piglio informatico.
Mi ha infilata tutta in un libro, sparpagliandomi tra parole, carta e righi.
Ha fatto molto di più che raccogliere racconti e appelli per poveri animali derelitti e bisognosi, ci ha cercato in mezzo, con un lanternino in mano, una dignità e forse persino una morale.
Una logica e uno sforzo di cambiamento
È riuscita, senza bisogno di chiederglielo, a superare i prototipi umani e di categoria, l’idea collettiva di noi volontari come persone socialmente ai margini, poco inclini al raziocinio e alla logica, dediti esclusivamente a tutto ciò che riguarda il non umano, ridicolmente al di fuori del condiviso esperire e percepire, privi di soddisfazioni personali e interazioni emotivamente interessanti e positive.

Ha levato dalla faccia quel sorrisetto di compatimento e scherno di chi mi osserva compiaciuto mentre pulisco ferite per strada, mi infilo sotto una giacca un cucciolo o mi carico in auto un randagio. Gliela leggo in faccia quella sottile assenza di compartecipazione e di superiorità goduriosa nel loro essere fortunatamente resi liberi dal doversi inchinare, davanti a tutti, per un gattino ammalato per strada.
E qualche volta, le mani nei tombini o nel fango, mi scappa di capirli. E di invidiarli. Per loro la mia maschera più riuscita.
La povera volontaria stupidotta, che non sa cosa dire, che non trova le parole, che la fai su come vuoi.
Mi presto con pazienza a questa recita di un cervello poco pensante e in grado di contenere solo informazioni riguardanti il mio ruolo, lasciandomi, per il loro gusto, coprire da una definizione pervasiva e totalizzante.
Nascondendo che sono altro e di più.
Nelle pagine Vera riscatta una bimbetta lentigginosa, con le mani sporche di piume e i fagiani contro al petto.

Con la canna del fucile puntata sulla faccia, la povera lepre sul cuore e il gusto ebbro di correre più forte di loro, di averceli alle calcagna nella melga e la superiorità di essere molto più giovane.
Correvo come una freccia da bambina.
Ha dato valore ai miei tuffi incoscienti nei fossi per recuperare i sacchetti pieni di cuccioli, alle galline e ai conigli slacciati dai bastoni prima di essere scuoiati vivi, le corse ridendo verso il fiume, con i pesci scivolosi tra le mani e i pescatori dietro, urlanti come sirene in tempo di guerra.

Al furto delle rane in terza elementare, stretta nel grembiulino e con il fiocco pungente sotto il mento. La gonna nera della suora che svolazzava come la Jolly Roger appena issata e l’ebbrezza che, con quei mocassini appena lucidati e scivolosi, non mi avrebbe mai presa.
E le povere rane, rinsecchite e deboli per il loro disinteresse, finalmente all’acqua.
Quel pomeriggio pieno di orgoglio poi, in collegio, in castigo in ginocchio davanti alla statua di San Vincenzo Grossi, a chiedere perdono per il mio peccato. In ginocchio, specchiandomi nella teca, il pavimento lucidato, profumato di cera e la mia testa alta pensando alle rane libere.
Al mio tre nel primo quadrimestre in chimica, al liceo, per essermi rifiutata di recuperare sangue di cavallo al macello.

Grazie a Vera per aver colto Elena nella sua interezza, in quello che vorrebbe, ma non può, che sogna, desidera, sente nel cuore. Per aver colto che è l’ingiustizia che mi urta e farei volentieri a meno di questo ruolo che mi è stato cucito addosso.
Mi piace molto ascoltare, imparare, scoprire, conoscere, stupirmi, meravigliarsi, superarmi.
Sono curiosa per natura.
Impulsiva ma anche pazientissina, disordinata, cocciuta, empatica.
Mi riconosco nelle sofferenze e gioie altrui e, come dice mio marito, sono sprovvista di invidia. Ammiro chi ha un ideale, un principio, un valore, un compito da perseguire.
Chi si sforza di vivere e non solo sopravvivere, chi ha una opinione su tutto, perché io qualche volta non ne ho.
Mi piacciono e vorrei anche solo lontanamente assomigliare a tutte le Malala Yousafzai, alle Maria Montessori, alle Melga Liston, alle Margherita Hack, alle sorelle Mirabal, alle Wang Zheni, alle Yusra Mardini, alle Hariette Tubman.
Sono convinta che occorrono più Rosa Parks sugli autobus.
Più pionieri.
Che C’è una legge inesorabile e imperscrutabile che spinge in avanti ciascuno di noi e dalla somma delle nostre esistenze genera il cambiamento. Il frutto collettivo di tanto affanno e procedere dritto, senza possibilità di volgersi indietro o rallentare, è ben più che l’addizione dei nostri piccoli incedere.
Mi è stato dato un compito e intendo farmene carico fino in fondo.
Puntatemi un fucile ed io correrò più forte con un fagiano tra le braccia. Ridete mentre io mi inchino davanti ad un randagio ed io lo farò più spesso. Mettetemi prostrata a chiedere perdono ed io pregherò un altro Dio.
Lanciate sacchetti riempiti di neonati ed io li raccoglierò.
Buttatateli nei fossi ed io nuoterò.
Grazie Vera per aver scelto di dare voce ai nostri fratelli animali.
Per aver ritirato per me questo premio.
Grazie a Ubaldo che è stato la miccia.
A tutti coloro che hanno comprato il libro, permettendomi di aiutare più randagi. A chi ha scritto qualcosa per me, facendomi piangere di commozione.
A tutti i randagi della mia infanzia, che si sono accontentati della compassione di una bambina senza mezzi.
Ho mantenuto la promessa che vi feci allora, tra i campi di melga e la libertà della campagna che tanto amavo.
Mi occupo di aiutare randagi.
Sono una volontaria. E ne sono fiera.
Grazie al sindaco e al direttore artistico e allo staff intero che hanno dedicato attenzione ai miei pensieri.
Alla Sicilia, terra di randagi e bellissima.
Un ultimo ringraziamento, meno nobile ma per me assai divertente.
Una piccola rivincita personale.
Un ultimo riscatto di Vera.
A quella ragazza, più grande ma sempre con le lentiggini, sulla punta della predella, davanti a tutti a guardarsi la punta delle scarpe per la vergogna.
Le stavano addosso, all’angolo del rialzo, le parole piene di sprezzo della professoressa di italiano che, mentre accalcava sulla predella l’altra metà della classe e parava la loro inesperienza come davanti al patibolo, non senza enorme soddisfazione.
Con la forfora sulle spalle e il cibo sminuzzato tra i denti le scandiva lentamente le parole. «Tu non saprai mai mettere una parola dietro l’altra».

Elena Della Giovanna

 

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