Milano

Milano

Colto da curiosità ho fatto una ricerca su internet: trattorie milanesi in Italia. Risultato: zero.

Ho provato allora a mettere i nomi delle città, risultato: Bologna zero, Roma zero, Torino zero, Genova zero, e qui mi son fermato. Pareva che ce ne fosse una a Sasso Marconi, ma mi sono sbagliato, facevano soltanto la cotoletta alla milanese; la cotoletta, che poi è un piatto viennese e non milanese.

Ho poi fatto una riflessione: le più importanti città d’Italia sono state fondate dove c’era acqua: Torino sul Po, Firenze sull’Arno, Roma sul Tevere, Napoli sul Sebeto, ora Arenella e soprattutto sul mare. Ho esteso il pensiero alle città europee: Parigi, Londra, Madrid, Colonia, Mosca, Vienna e altre, tutte con il loro bravo fiume che le attraversa. Anche Milano è nata sull’acqua: i Navigli, l’Olona, la Martesana, il Lambro, il Seveso; la linea dei fontanili che divide la Lombardia fra nord e sud, passa per Milano. Il marmo di Candoglia per la costruzione del Duomo arrivava su barconi che navigavano il Ticino e i Navigli, fino all’attuale via Laghetto, e non pagava il dazio avendo la bolla con la scritta ad usum fabricae operis. Siccome la lettera esse si scriveva come la effe, ad usum era scritto ad ufum, da qui l’espressione viaggiare a ufo, gratis insomma.

L’ultima constatazione è stata quasi leghista: a Napoli si parla il napoletano, a Roma il romano, a Venezia il veneto. A Milano non si sa. Esci da casa e quello che senti, senti; e non è il milanese. Manzoni si era posto il dubbio della lingua da usare per il Fermo e Lucia, che secondo lui doveva essere il milanese; mostrando più spirito patriottico di altri si risolse ad andare a sciacquare i panni in Arno, e passò alla storia come l’autore dei Promessi Sposi. Del resto Carlo Dossi, eminente esponente della scapigliatura milanese, per esprimersi usava un suo stile personale attinto dal dialetto lombardo ma rimaneggiato, come se se ne vergognasse: il geroglifico Dossi.

Io ricordo l’Olona e i Navigli, quelli che adesso si possono vedere – per quel poco che è rimasto – perché sono la culla della movida milanese: bande di avvinazzati che siedono vicino all’acqua stagnante, detta zona di cultura. Lì si possono bere quante birre si vogliono senza scontrino fiscale, come testimoniano le recenti incursioni della guardia di finanza; l’hanno definita di interesse storico.

Alla fine delle riflessioni, la conclusione è stata che Milano è la città italiana che più di tutte ha ceduto le proprie radici per lasciar posto agli affari, che parlano inglese, tedesco, napoletano e siciliano (per le infiltrazioni mafiose), barese e veneto, toscano e romano, ma non più milanese.

Se a Roma si lamentavano perché Nannare’ s’era scordata d’esse romana e cantava musica americana invece degli stornelli, qui a Milano – gli ultimi autoctoni – che dovrebbero fare?

Milano è stata chiamata con le qualificazioni più strane: da bere, da mangiare, Dio sa cos’altro dal momento che non capisco cosa vogliano dire.

Milano forse è utile, ma certamente non è interessante.

Una città che cede i propri ricordi non ha diritto di essere celebrata, né storicamente né geograficamente, ma qui i paralleli con il risentimento leghista finiscono; non fa per me millantare con becero orgoglio caratteri milanesi, forse esistiti un tempo.

Non voglio nemmeno scacciare tutti quelli che non sanno il milanese perché la città si vuoterebbe di colpo e non perderebbe comunque la sua insussistenza; mi piacerebbe scacciare l’indegnità che sta nella perdita di memoria, ma questo lo vorrei fare in tutti i luoghi della terra, non soltanto a Milano.

A Milano rimprovero di aver voluto andare sempre più in fretta e aver così interrato i Navigli, quelli che le davano la nebbia; rimprovero di aver pensato troppo a lavorare e far danèe (soldi); le rimprovero di aver lasciato distruggere il suo cuore; le rimprovero di aver ceduto la sua “aria”. Le rimprovero di non aver personalità.

Le rimprovero di essere stata Città Terribile e Città del Silenzio, e di non essere più né l’una né l’altra.

Non andate a mangiare nelle sedicenti osterie; vi proporrebbero piatti che dichiarano con il sapore di una volta, canzoni nostalgiche, cordialità compagnona, la pretesa di regalarvi un tuffo nel passato con qualche parola in dialetto, e tanta milanesità fuori luogo da farvi sentire un turista che ha sbagliato porta.

Ci trovereste Ciro, milanese da 30 anni, che vi racconta la barzelletta della suora che non voleva scendere dalla bicicletta alla quale mancava il sellino. Non vi verrebbe da ridere e vi sentireste ancora peggio fra questi compagni di merende, camerieri e proprietari milanesi compresi. Capireste con amarezza che sono le persone che fanno l’anima di una città, ma che se le persone non hanno anima è inutile parlare di città.

Oggi non amo Milano e nemmeno non la odio; ci sono nato, in Corso Como, che adesso è una delle vie “in”, ma che negli anni ‘50 ancora mostrava le ferite della guerra.

Non si rideva, perché non c’era ragioni per ridere, a Milano. Si lavorava, e quanto non era lavoro era trascurabile. Era la città del dovere, ben connotato nelle tante attività, senza spazi per la fantasia. Era la mia città, un ambiente nel quale crescere e trovare una collocazione e credo che mi piacesse starci soltanto perché non ne conoscevo altre.

La ricordo grigia d’inverno, fredda, con l’aria che sapeva di carbone, e fumo, e cavoli bolliti. La ricordo vuota la domenica, con i tram che emergevano dalla nebbia che ovattava anche il loro sferragliare. Oltre la cerchia dei Bastioni, Milano era periferia: una infinita periferia che cominciava appena oltre il centro storico e si perdeva nella nebbia. E per me che avevo pochi anni, aveva un fascino, una personalità. Un ché di malinconico e struggente che sentivo.

Era delle persone; era come gli uomini, che lavoravano tutta la settimana e si fermavano a celebrare il giorno del Signore, la domenica, come esigevano le regole di allora.

Forse era così ovunque, ma io non lo sapevo; vivevo a Milano, il mio mondo cominciava e finiva lì, tolte le estati al mare. E d’estate era bello andarsene via per un po’ e poi tornare. La brutta stazione centrale sapeva accoglierti e prepararti al rientro.

Tempo fa mi hanno raccontato una cosa che ora mi piace ricordare: nei campi di concentramento tedeschi, dopo ‘8 settembre ’43, i soldati che non avevano voluto aderire alla Repubblica di Salò, prigionieri in quei recinti di filo spinato, cantavano canzoni che ricordavano la vita lontana. Una delle canzoni era Nostalgia de Milan, di Giovanni d’Anzi.

La cantavano tutti, come potevano, storpiando il dialetto. La cantavano, e se è vero questo fatto, credo che ora se ne ricordino con rispetto. Cantavano un lembo della patria lontana, cantavano la nostalgia, cantavano il bisogno di attaccarsi a valori certi in giornate di grande incertezza.

E in quel canto Milano aveva una personalità da rimpiangere, ora, atteso al fatto che non la potrà mai ricuperare se tutti la vogliono così com’è: impersonale, anonima, indifferente e senza anima, dimentica della propria storia umana e in attesa di essere cavalcata da un futuro uguale al presente.

Erberto Accinni

 

 

 

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