Il vecchio che vendeva il tempo

Il vecchio che vendeva il tempo

Cos’è il Tempo? Ci poniamo mai questa domanda e ne ricerchiamo mai una definizione e un significato profondo, per quanto banale poi possa sembrare essere la risposta? Ci soffermiamo a riflettere su un concetto semplice e complesso come il Tempo? E ci va veramente di conoscerlo, o lo temiamo pur vivendolo?

Platone definisce il Tempo come «immagine mobile dell’eternità» nel suo Timeo, come misura del movimento del mondo materiale di generazione e corruzione in cui ha senso il passato e il futuro rispetto all’eternità, eterno presente immobile. Un susseguirsi di un prima e di un dopo dove vita e morte si alternano e dove ogni cosa si distrugge e si rigenera in un turbinio di evoluzione.

E l’uomo, in tutto questo marasma metafisico e trascendentale, dove si colloca? È ciò che prova a raccontare Alessandro Scardaci nel suo libro Il vecchio che vendeva il tempo. I racconti dell’acqua (Edizioni Akkuaria, pp. 126, € 12,00). L’autore, attraverso la formazione e la trasformazione in natura dell’acqua, col suo moto circolare di composizione e decomposizione, ricerca le ragioni della vita, l’origine di essa mediante racconti sulla natura, sui paesaggi, sugli uomini, esseri misteriosi che popolano il cosmo.

Ventidue novelle che compongono la raccolta del narratore catanese, che attraversano mondi ed ere differenti e che imprimono un generale senso di decadenza e di perdita di valori. Una scrittura veloce, a tratti quasi semplicistica, ma che arriva dritta al lettore “insinuando”dubbi e riflessioni. Vari filoni caratterizzano le novelle, da quello mitopoietico dell’universo alla visione onirica della vita, dall’imprinting fantastico a quello realistico.

«Meditava sulla sua sconfitta. Aveva dilapidato tutto quel tempo che il vecchio gli aveva donato …“Che vita inutile” si diceva mentre tornava a casa, dove un’altra spiacevole sorpresa lo attendeva» (da Il vecchio che vendeva il tempo).

«Non importa. Chiudi gli occhi e abbandonati. Obbedì e iniziarono a volteggiare. Librarono finché lei aprì gli occhi, e si trovò sospesa tra gli astri con la luna più chiara che mai. Entrambi si muovevano tra i pianeti, che le sembravano incantevoli. Marte con i suoi omini verdi … Poi venne la volta di Saturno con i suoi anelli, il piccolo Mercurio e il grosso Giove» (da Il principedello specchio).

«Le lacrime bagnavano la terra e sparivano penetrando nei suoi pori. Proprio quella terra si sollevò formando un mulinello che quando si fermò divenne una ragazza. “Non aver paura” la esortò con una delicata voce. “Non ho paura! Ma chi sei, così nera … così bella”. “Sono Scilia, figlia della Terra”» (da La fanciulla di terra).

«Per tutta la sua vita, guardando il pubblico dall’alto del trapezio, a testa in giù, Halina aveva sempre avuto la percezione che non è il triplo salto mortale che la gente vuol vedere. Una parte del loro animo in realtà spera nello sbaglio, nell’incidente. Quello è il vero spettacolo cui il pubblico vuole assistere. Adesso il suo cadavere giace a terra in una pozza di sangue. Il pubblico mormora. Halina ha dato il suo ultimo, il più grande spettacolo» (da L’ultimo spettacolo di Halina).

I racconti di Alessandro Scardaci sono a sfondo metafisico, dettati anche dalla sua appartenenza al movimento culturale New Age e dalla passione per la storia e la filosofia della scienza. Sono dei racconti, dal punto di vista narrativo, con un ritmo diverso l’uno dall’altro e che l’autore scrive con una certa abilità e leggerezza creativa che consente al lettore di volgere uno sguardo profondo su tematiche importanti con ironia e con un’aura fantastica.

Domenica Riggio
(www.excursus.org, anno IX, n. 85, agosto 2017)

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