Chi è l’intellettuale?

Chi è l’intellettuale?

Ho già riflettuto sul tema. Ci ritorno. Ci ritorno per riflettere se l’intellettuale deve reagire di fronte alla violenza operata dal mondo esterno, o, invece, rimanere nella sua torre d’avorio.
Non ha senso, oggi, rimanere trincerati nella torre d’avorio. Uno scrittore lontano dal mondo della tragedia, farebbe solo un’operazione cerebrale; produrrebbe un sogno. Sognerebbe un paradiso o un inferno; storie, comunque, con personaggi fittizi, senza il phatos di chi vive fronteggiando la cruda quotidianietà.
Chi è l’intellettuale? È colui il quale, al di là di mode e miti transeunti, deve produrre, per lasciare eredità alla storia futura. Deve essere, oltre che la coscienza del tempo, principalmente, il depositario dell’etica del mondo.
L’intellettuale nel suo ruolo tradizionale è in crisi. La crisi spesso è motivata con la fine delle ideologie. La risposta, in verità, non soddisfa, perchè la crisi sarebbe solo dell’intellettuale organico, legato alla mera propaganda.
“La stanchezza” probabilmente è originata da altre cause.
Una causa certamente è la supremazia dell’immagine sul concetto che ha posto in essere una scelta: essere fino in fondo se stessi e portatori di parola, e con ciò essere relegati in un angolino semi nascosto o scegliere di diventare, come dice Albert Camus, un “dandy” del pensiero, che utilizzando la conoscenza nega valori, provoca, per creare intorno a sé un immagine; desta stupore per tenere vivo l’interesse intorno a sé (pensiamo agli opinionisti delle trasmissioni nazional-popolari). Quindi nascono le classificazioni becere, semplicistiche, elementari, nascono gli eroi nazionali, perchè è la gente comune che ne sente la necessità; ovvero hanno bisogno di figure su cui riversare ideali e simboli tanto da scaricare le frustrazioni personali.
Ora il vero intellettuale che produce arte, intanto sprigiona una energia che è umana, quindi rivolta all’uomo. E’ una creatività originata, a sua volta, da categorie che sono proprie dell’uomo in quanto specie con caratteri peculiari. Sono convinto che questi caratteri sono quelli che si rifanno alla millenaria tradizione dell’umanesimo che ha esaltato la verità, la bellezza,la poesia, il dovere…
Un umanesimo che ha fatto raggiungere all’uomo quel livello di comprensione di sé e del mondo al punto da toccare e rilevare principi universali.
Oggi ci troviamo ad un bivio, o forse ci siamo incamminati in una strettoia.
È finita l’epoca dell’intellettuale organico. Dell’intellettuale fedele ad una ideologia, direi, ad una teleologia.
Nessuno più si sentirebbe chierico di qualche fantomatica idea che propugna la realizzazione di una utopia!
Per la buona pace di tutti questo pericolo è scampato, così come ogni tentativo partigiano di inquadrare l’intellettuale.
Il problema è di prospettiva.
Jean Baudrillard approda ad una riflessione, che per quanto difficile condividere, certamente per la sua visione estrema, crea allarmi e preoccupazioni.
Il filosofo francese asserisce che tra virtuale e reale c’è una frattura insanabile. Cioè: il virtuale ha acquisito un potere tale da adombrare la realtà, anzi da sostituirla. Tra virtuale e reale si sono rotti i ponti di correlazione reciproca. E qual è l’ambito in cui si esercita questo imperio? Tutti; dall’informazione alla cultura, dalla politica al tempo libero…
Insomma, si può avere qualche dubbio sull’assoluto dominio del virtuale, ma non si può non accettare la sua pericolosa diffusione che diviene sempre più capillare.
Un problema, che già in altri interventi rilevavo essere di natura politica, culturale, antropologica, morale.
Tremila anni di pensiero possono realmente essere travolti, inserendo l’uomo in un mondo diverso al punto, quasi, di una sua totale ridefinizione. Direi che il rischio della telematica e della conseguente telegenicità è quello della reale fine della storia, intesa come progresso civile e umano, per un percorso aperto verso strade ignote. Questo è lo scenario.
Ora, non per essere tradizionali, chiediamoci: quali sono le idee che vale la pena difendere perchè costituiscono il fondamento della vita? Certamente le idee che resistono all’usura del tempo; quelle idee che avendo superato il logorio della storia, sono ancora realistiche, perciò, direi, universali. Esse sono certamente la vita, il bello, l’etica…
Proprio valori che sostanziano l’umanesimo. E l’ultima spiaggia, quella più alta prodotta dall’umanesimo è la democrazia, oggi inficiata proprio dalla realtà virtuale. Questo quadro comprende, allora, la possibilità di una realtà in cui l’uomo sia se stesso e libero o un altra (non remota) in cui diventi un oggetto, diventi un numero.
Che rimane fare? Non rimane che parlare anche nel deserto, sperando di alzare il livello di coscienza.
Molta letteratura e tanta filosofia del ‘900 ci ha condizionati a pensare in negativo. Si è diffuso a vari livelli l’impotenza di interpretare il mondo. Il nichilismo ha fatto breccia, forse, in ognuno di noi; come dimenticare “lavorare stanca” di Pavese, “il male esistenziale” di Rainer Maria Rilke…
Ma noi non siamo fatti per negarci.
In ognuno di noi c’è l’orgoglio di cercare i momenti che ci qualificano, che ci danno l’unicità in quanto uomo, la predisposizione ad accarezzare il brivido del cuore, le cose belle della vita e del creato.
Ci siamo spostati troppo rispetto al punto di inzio? No.
Il ruolo di chi produce, di chi lascia un segno del proprio passato, è necessario, è un obbligo morale che guardi in positivo e lasci testimonianze capaci di accendere un minimo di riflessioni che da soggettive si volgano, poi, in oggettive.
Sì, perchè l’intellettuale non può rimanere relegato nella sua torre d’avorio; deve avere, invece, una piccola funzione, non di cambiare il mondo, almeno di difenderlo dagli attacchi che la telematica, gli interessi dell’impresa, portano in maniera concentrica contro l’Interesse del mondo. In particolare il problema dell’ambiente, delle specie animali in estinzione, dello smaltimento dei rifiuti; per non parlare della ipoalimentazione nei paesi in via di sviluppo …
Le problematiche si aprono a ventaglio, ma le varie argomentazioni hanno un unico punto di partenza: l’uomo e la sua difesa.
L’uomo può essere il serpente che si morde la coda, inconsapevolmente. Ecco, allora, la funzione dell’intellettuale.
C’è chi ha scritto che non c’è “verità di giudizio senza sensibilità d’animo, come non vi è ragione senza cuore né intelligenza senza gusto…”
Ecco la funzione dell’intellettuale: preservare, promuovere e alimentare la coscienza dell’uomo, convinti che la sua ricchezza non possa essere né svenduta né barattata con nessun bene effimero. I modi di pensare possono cambiare come anche le abitudini, ma non può cambiare il Valore Supremo. La vita non è barattabile. È una bestemmia l’esaltazione nichilistica di “Un giorno da Leone”.
Nel nuovo millennio il compito dell’intellettuale, di questa voce solitaria, a volte anche deriso, spesso utilizzato per dilettare salotti o far mettere un fiore all’occhiello di qualche politico di turno, deve avere una funzione altissima: intanto non far disperdere il senso della vita; mostrare, invece, la coscienza dell’uomo, la sua parte più nascosta, meno commerciale, meno telegenica, e dopo aver rilevato la bellezza delle cose semplici, cercare di rimediare la solitudine dilagante. Questo ruolo importante, fondamentale, l’intellettuale lo gioca proprio per lo stesso motivo per cui Paul Ricoeur ha sottolineato che non c’è “peggior colpevole agli occhi dell’etica di colui che, destinato per talento e vocazione ad educare gli altri ai principi più nobili, si compiace di alienarli, tradendo così non solo il proprio dovere ma la stessa buona fede di chi ingenuamente lo elegge ad esempio da seguire”.
Parole pesanti, dunque, che indicano un percorso. Un percorso che allo stato attuale è certamente solitario, ma nessuno deve scoraggiarsi e ognuno nel proprio ambito rappresentare, invece, un punto di irradiazione che ai più potrebbe sembrare retrò, ma per l’intellettuale è un dovere morale compiere. E deve rimanere freddo e non scoraggiarsi di fronte alla sordità delle classi dirigenti mediocri e superficiali. Ha detto Havel, scrittore che ha conosciuto la galera e poi Presidente della Cecoslovacchia nel 1989 “…ogni gesto che realizzi differenza e già perciò etico e politico, poiché produce identità umana”.
L’intellettuale deve produrre, pensando di creare una differenza rispetto alla massificazione e rispetto alla vita poggiata su valori relativi.
Julien Benda, parlando dell’intellettuale, ha detto che è la coscienza critica è al servizio della verità; per evitare fraintendimenti, diciamo al servizio dell’umanità.
Solo in questa maniera si potrà sperare che la muraglia cinese che difende millenni di sviluppo umano non sia disperso in un battibaleno a seguito di invasioni di nuove orde barbariche.

 

Cosimo Rodia

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