I miei 50 anni di giornalismo

Un libro che ha il fascino dello “spaccato d’epoca”: tanto più stimolante in quanto a raccontare sono gli stessi personaggi che ne sono stati protagonisti. I più divertenti? Due siciliani: l’ ultrasessantenne che in tribunale a New York chiedeva la condanna della sposa trentenne, rea di averlo ingannato da fidanzata dichiarando in contratto davanti ad un notaio di essere “illibata”; ed il settantenne duca che, costretto a vivere nella cappella del castello dal quale era stato sfrattato dai figli padroni per ordine della duchessa, suonava a stormo la campana a mezzanotte dopo l’amore con una bella hostess. Era pieno anche di amenità, il grande “teatro della vita”, non soltanto di drammi e atrocità.

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Dettagli del Libro

Pages

212

Publisher

Akkuaria

Language

Italiano

ISBN

978-88-6328-362-4

Released

Novembre 2019

Formato

Cartaceo

Nota sull'autore

Gaetano Saglimbene

Gaetano Saglimbeni, ex redattore e inviato del settimanale Gente, è un testimone del suo tempo che non ha mai amato le mezze verità. Sapido ed intrigante il suo “dietro le quinte” a Hollywood; molte anche le interviste ai divi che al teatro greco di Taormina ritirarono i David di Donatello, da Marlene Dietrich a Cary Grant, Ingrid Bergman, Gregory Peck, Audrey Hepburn, Anthony Quinn, Joan Crawford, Glenn Ford, Rita Hayworth, Jack Nicholson, Liz Taylor. Ed alla ribalta, con i divi del cinema, sono campioni di Olimpiadi e mondiali di calcio, personaggi della storia, scrittori e artisti famosi, con le loro appassionate lettere d’amore, piene spesso di menzogne, crudeltà e truffe (D’Annunzio, il “maestro” in raggiri ad amanti facoltose).
La ginnasta rumena Nadia Comaneci, a 14 anni trionfatrice in Canada ed oggi in America consulente Onu per lo sport, racconta le violenze che dovette subire per anni dal figlio del dittatore comunista Ceausescu; Farah Diba, ex imperatrice di Persia (oggi Iran), gli anni felici con lo scià ed il sogno a lungo coltivato per la emancipazione delle donne arabe, naufragato poi per la rivoluzione degli ayatollah; e la fiorentina contessa di Castiglione, inviata a Parigi da Cavour, quello che fece a letto con Napoleone III per convincerlo ad allearsi con noi contro l’Austria.

Cinquant’anni di giornalismo, venti dei quali in giro per il pianeta Terra: tante storie, esilaranti ed amare, esaltanti e terribili, raccontate dall’inviato di un grande settimanale.
Da Hollywood alla Cina (con Pertini in visita di Stato), alla Siberia (nei “gulag” del comunismo), all’India (con Madre Teresa di Calcutta), al Sud America straziato dal terrorismo, ai Paesi africani infestati da bande che uccidevano missionari cattolici e rapivano bambini per venderli agli spacciatori di organi.
Mi ha fatto sorridere, colpendo nel segno, quell’apparente diversità tra cosiddetti Mammoriani e Monfiani, effettivamente esistente e messa in evidenza, anche dai nostri comici in TV. Un lavoro, dunque, quello di Vera Ambra che ha un rigore scientifico della ricerca glottologica, che richiama pure atteggiamenti istrionici tipici rilevabili frequentando la Pescheria o altri luoghi con la cinepresa della parola.
Tale ricerca (questa è la caratteristica saliente!) non è fine a se stessa, relegata a descrivere determinati atteggiamenti, essa riesce a tingersi di poesia di un interesse che trasborda nel divertente e nel teatrale.
Non vado a descrivere i vari atteggiamenti più rilevanti, ritenendo di fare cosa migliore, lasciando al lettore il piacere di rilevarli e gustarli nella lettura che scorre placidamente e sembra proprio che l’acqua delle parole urti lievemente contro gli scogli dello scenario dell’architettura di Catania.
Ritengo proprio che dalla lettura completa emerga quella “catanesità” famosa non solo in Sicilia, ma in tutta l’Italia ed esportata dai nostri attori in tutto il mondo, condita dalla rilevata liscja catanisi, che è l’ironia sottile, tipicamente leggera ma ca rumpi l’ossa e colpisce nel segno.
Basti per questo ricordare i nostri famosi attori, Angelo Musco, Turi Ferro e non ultimo Leo Gullotta, nei quali i termini, le parole e i modi di dire evidenziati dall’Autrice, hanno trovato spazio nelle loro commedie.
Chiudo questa mia dissertazione sul libro di Vera Ambra, precisando che la sua opera va di là dal rigore letterario dialettale di Domenico Tempio e del più recente Nino Martoglio e alla stessa accennata e sfiorata prosa del Verga e di Pirandello che, scrittori in lingua italiana, sfiorano lievemente il dialetto.
Lei scava nel vernacolo e trova in esso tutti quegli elementi trascurati e mai rilevati da altri, in un’opera tipicamente catanese, nell’anima e nelle parole.
L’obiettivo di centrare l’attenzione del lettore sulla parola e sul modo di dire evidenziandone la catanesità, scindendola dalla bellezza dei suoi tipici monumenti e panoramiche, è perfettamente riuscito.