Luciano Luisi. Il poeta che parla alle conchiglie

Luciano Luisi. Il poeta che parla alle conchiglie

intervista di Anna Manna

Si è parlato molto della religiosità nella poesia di Luciano Luisi, critici di fama hanno puntualizzato, analizzato, scandagliato ogni verso per cercarvi l’immagine di Dio. Ma vorrei seguire un percorso diverso: vorrei giungere all’immagine del poeta Luciano Luisi, con le braccia alzate verso il divino, analizzando questo interessantissimo poeta nelle sue espressioni più umane e nelle sue caratteristiche meno divine.
La voce di Luciano, è noto, è stata la voce della TV colta. Di lui, dunque, si conosce benissimo lo charme, la capacità di intrattenimento, la facilità della battuta intellettuale.
Ma conoscere veramente un poeta significa dimenticarne l’immagine pubblica e cercarlo negli episodi meno noti, negli aspetti più segreti, nell’intimo scorrere dei giorni normali. Io lo conosco sin da bambina, quando mio padre mi portava nella favola del Ninfeo di Papa Giulio per assistere al Premio Strega. Che veramente mi stregava. Ma allora tutti gli scrittori mi sembravano cigni irraggiungibili, ed io mi sentivo un anatroccolo incapace di esprimersi. Dunque ammirata e silenziosa li guardavo parlare. Li guardavo, perché mi piaceva il movimento delle loro labbra, non capivo fino in fondo i loro concetti, ma ammiravo la loro voglia e la loro capacità di esprimersi. In questi ultimi anni Luciano è diventato per tutti noi soprattutto un poeta e da amico poeta mi ha svelato il suo scrigno segreto.
Lo scrigno di Luciano Luisi è un incredibile, meraviglioso, sgabuzzino che Luciano possiede nel palazzo dove abita. Avete letto bene: uno sgabuzzino fiabesco, uno scrigno di bellezza e di cultura. In questo piccolo ambiente al piano terra Luciano ha sviluppato un vero e proprio museo di conchiglie, una raccolta di inusitata bellezza dove il tempo dimentica di esistere e lascia il posto alla dimensione dell’immutabile. Luciano tra le sue conchiglie è felice. E questa sua felice adesione alla bellezza immutabile ed eterna ne svela l’aspetto, secondo me, più sorprendente. La sua pacatezza, la sua poesia così calma, così fluida, poggia su questo sacro sguardo sulla bellezza nella sua eterna espressione. Luciano è consapevole delle lacrimae rerum, conosce perfettamente il defluire impietoso del tempo, ma la sua mano carezzevole e caritatevole raccoglie le bellezze e le conserva. Questo è il messaggio più bello dei suoi versi.
Questa volontà di recuperare, nelle identità sue e degli altri, i doni preziosi del mondo conservarli e restituirli al mondo con la pazienza e la precisione di un certosino. La sua propensione al collezionismo, la sua raccolta meravigliosa di conchiglie provenienti dai posti più lontani, sembra ritrovare la voce del mare attraverso i percorsi più strani e difficili. Ma alla fine ritrova sempre e soltanto il mare. Ecco, io Luciano lo vedo così. Questa è la sua religiosità innegabile. Questa volontà di aiuto verso la natura, il mondo che soffre, che muore, che è destinato a scomparire. Questa volontà di conservarne le impronte. Le impronte della sofferenza perché le lacrimae delle cose sono d’innegabile bellezza.
Così le sue poesie d’amore narrano l’amore degli adulti, quello che poggia su ricordi e comprensioni, difficoltà e incomprensioni. Una carezza per asciugare il sudore delle difficoltà e conservarne il ricordo che avviluppa, lega gli amanti più di qualunque giorno felice. La fotografia dello stato d’animo, il dipanarsi di stagioni del cuore e della psiche. L’amore che dura sempre. L’amore per il mondo, per l’essere umano nella sua realtà di tutti giorni, per il dialogo continuato e continuo con se stesso e con l’altro. Il rispetto e la sacralità che genera una tale visione del mondo sicuramente porta il poeta ad esprimere una religiosità diffusa in tutti i versi.

Luciano questa tua compartecipazione e compassione con il creato è per te come una preghiera?

È stato detto, e credo giustamente, che la poesia è sempre d’amore. D’amore perché esprime una volontà di comunicazione, di dialogo, di rapporto con l’altro da sé, cioè il lettore per il quale scrive. (È falso che un poeta scriva per se stesso: senza lettori la sua fatica non avrebbe senso. E non avrebbe senso – diceva Giorgio Caproni – la Divina Commedia se Dante l’avesse scritta in un atollo, con una lingua illeggibile. Anche se questa verità contrasta con l’altra e cioè che il poeta non può fare a meno di scrivere se ne è “necessitato” dalla sua vocazione). È stato anche detto che la poesia è sempre una forma di preghiera. Lo si può capire pensando che la poesia è come una sonda che penetra (o aspira a penetrare) nella profondità sconosciuta dell’animo umano (e il poeta lo fa cercando in sé stesso – solo vero strumento conoscitivo di cui dispone – la propria verità per capire quella degli altri), là dove la razionalità naufraga nel mistero della vita. È proprio questo mistero che io leggo nella natura che amo, e in lei vedo riflessa l’immagine di Dio. Per questo una poesia che parla del mare o della campagna, degli uccelli o dei fiori, che volge lo sguardo verso l’infinito inconoscibile dell’universo, ha sempre un afflato –anche se inconsapevole– di spiritualità.

Cosa cerchi nel contatto con il lettore dei tuoi versi? L’ammirazione, la comprensione, una risposta?

La parola ammirazione mi fa sorridere, correlandosi a vanità. La poesia non è un abito alla moda in una vetrina. E neppure la “comprensione” mi trova d’accordo. Comprensione di che cosa: del testo, dello stato d’animo che lo ha suscitato? Non è il lettore che deve venire al poeta, ma il poeta che deve andare al lettore, nel senso di “diventare lui”, farsi suo strumento. Cito ancora Caproni che diceva questa verità che credo incontestabile: “Chi legge un poeta vero legge se stesso”. Ciò significa che il lettore deve trovare espressi dal poeta i sentimenti che sono anche suoi, le sensazioni che lui stesso prova. Il poeta mette a disposizione le parole che lui ha il privilegio di governare per esprimere ciò che sente il lettore. Mi sovviene anche il Carducci che diceva del poeta “pianse ed amò per tutti”. Quindi, tornando alla tua domanda, la parola che sceglierei per il rapporto fra il poeta e il lettore è “consonanza”.

Sei considerato il poeta dell’amore. Nei tuoi versi l’amore è compartecipazione, amore di una vita vissuta insieme, cioè comprensione dell’altro. Spiegami la differenza tra l’innamoramento e l’amore.

Ha scritto Michele Dell’Aquila: “Mi sembra che Luisi sia, più di quanto non sembri volere, poeta d’amore. Forse ha ragione, se non altro per la più preponderante presenza di questa d’amore in confronto di altre tematiche, almeno fino ad una certa stagione. Generalmente le poesie d’amore “raccontano” le due fasi estreme della vicenda amorosa, l’innamoramento e la fine dell’amore (più questa che l’altro), i due momenti in cui, nel segno della felicità (folgorante come un fulmine che brucia e sparisce), o in quello dell’infelicità, I sentimenti sono vissuti nella loro massima tensione. Anni fa tradussi poesie d’amore di tutte le letterature organizzandole come le fasi della luna: dalla luna nascente (l’innamoramento, appunto) alla luna cinerea (il rimpianto, la memoria). Ebbene le ultime sezioni erano le più gremite. Segno evidente che l’amore lo si rivive sopra tutto quando il ricordo si fa doloroso. Ma questo vale per ogni sentimento. Nella poesia sono molto più presenti l’infelicità e la malinconia, che la gioia. Spesso nell’innamoramento (e rispondo così alla tua specifica domanda) vi è la cecità della passione che può diventare compiutamente amore soltanto quando sia avvolta dalla tenerezza che non si esaurisce ma anzi cresce col tempo.

Che cosa è la nostalgia? Che colore le daresti? Ma mentre ti faccio questa domanda, sento subito spingere nel mio cuore un nuovo interrogativo. La nostalgia è uno stato d’animo o un gesto? Se tu, poeta, ti trovassi in mezzo al mare, nell’ora che volge al disio e ai naviganti… ecc. ti placherebbe il suono dei tuoi versi nostalgici oppure ti tufferesti nel mare per tornare indietro verso quella spiaggia che ancora ti chiama?

Non so a quale nostalgia ti riferisci. Se è quella per un luogo, per una persona amata, per una felice stagione passata, questa è comune a tutti gli uomini. Credo invece che il poeta possa soffrire di una particolare nostalgia che definirei metafisica. La nostalgia di ciò che è inconoscibile, dell’irraggiungibile, dell’inespresso. È una sorta di struggimento che assomiglia a quello che accompagna la creazione di una poesia che è sempre una strada verso l’orizzonte, dove il poeta intravede la perfezione della forma, nella sofferenza della consapevolezza che l’orizzonte non si raggiunge mai. Da ciò deriva l’insoddisfazione che turba ogni artista, non risparmiando, come sappiamo, neppure i sommi.

L’emozione dell’amore serve a tenere lontano l’angoscia, la paura, il mistero, oppure è un mistero che ci cattura? Secondo te usiamo l’amore oppure l’amore ci usa a suo piacimento, senza alcun senso e senza alcun fine, nel suo immutato ed eterno bendare le sue vittime?

L’amore (ma qui sarebbe forse più giusto dire il sesso) dà all’uomo una provvisoria illusione di immortalità. Anche l’amore, inteso come pienezza di sentimenti, fascia con la sua nirvanesca atmosfera la mente degli uomini e fa scolorire le angosce, le paure, talvolta persino il semplice senso della realtà. È ciò che tu definisci “bendare le sue vittime” facendoci dunque tutti indifesi di fronte a quel dio che scaglia le sue frecce: in realtà siamo noi che inventiamo l’amore, nel senso che molto spesso l’oggetto d’amore è un’invenzione di cui talvolta non ci rendiamo conto. Di chi ha sentito l’imperiosa necessità di costruirsi attorno quelle mura che lo isolano dalla banalità della vita. Forse la Silvia del Leopardi non è mai esistita, se non nel suo supremo bisogno di crearla.

Di che cosa hai più paura? E come riesci a fronteggiare la tua paura? Quali pensi siano le paure dell’uomo del terzo millennio?

La paura ci accompagna fin dall’inizio del tempo: i nostri progenitori avevano paura di tutti i fenomeni naturali perché non riuscivano a capirli, e anche noi abbiamo ereditato quel senso di insicurezza che ci dà ciò che non riusciamo a comprendere, anzi di più: noi abbiamo razionalizzato la consapevolezza che tutto attorno a noi è mistero, anche contro il parere di chi crede che tutto sia spiegabile. Quando l’uomo andò sulla luna, in una di quelle inchieste che si fanno in certe occasioni, fu chiesto anche a me cosa avessi provato. Contrariamente allo spirito trionfalistico che animava le altre risposte, io dissi che da lassù gli astronauti avranno constatato con sgomento, che non avevano scalfito neppure un tassello del mistero dell’universo che, ripeto, da lassù, doveva essere apparso davvero incommensurabilmente infinito. Io mi considero pauroso, lo dico senza pudore: Ho paura dei cani, soffro di claustrofobia e gli ascensori mi angosciano, ma mi sono trovato talvolta in circostanze, sopra tutto durante la guerra, in cui ho visto uomini considerati coraggiosissimi, impallidire o fuggire, e io invece mi buttavo dove c’era più pericolo; la spiegazione è la mia curiosità, una curiosità che non si ferma davanti a niente e che è la molla vincente della mia vita. Se poi tu pensi alla comune generale paura della morte, io ti dico che da credente, insieme alla disperazione così umana, così insita nella nostra stessa carne, e in chi come me ama così intensamente la vita, c’è una grande curiosità (ecco la mia curiosità che torna) per come sarà quel mondo eterno che ci attende. Mi chiedi quale sia la paura dell’uomo del terzo millennio? È quella che vedi, che vediamo ogni giorno: l’insicurezza, l’insicurezza economica del domani (è ancora e sempre il mistero), l’insicurezza della nostra stessa vita per quella violenza che è diventata la regola anche nel comportamento delle nazioni che vi ricorrono uccidendo il valore della ragione e del dialogo.

Ritieni che l’ignoranza sia uno scudo all’angoscia oppure un precipizio per soccombere prima?

L’ignoranza è inconsapevolezza. L’ignorante è come un bambino e quindi ha meno paura perché non sa immaginare o vedere i pericoli. Ma non c’è da augurarsi che sia questo uno scudo all’angoscia.

Dimmi una frase che ti somiglia. Anzi un verso!

Per rispondere a questa tua curiosa, domanda, ho cominciato a sfogliare un libro e mi è venutosotto gli occhi questo verso: “I giorni, i mesi, e sempre quirimango”: Anche se nel testo aveva un altro significato (è inuna poesia d’amore), può voler dire, e in questo senso forse mi “somiglia”, che anche se è passato il tempo (e ne è passato tanto!) io sono sempre lo stesso con i miei slanci, i miei sogni, i miei desideri: immutabile.

Qual è il tuo libro che ami di più?

Io ho pubblicato già due volte, l’antologia di tutte le mie poesie: dopo venticinque anni di lavoro, nel 1967 in “Un pugno di tempo” (nella “Grande Fenice”, di Guanda), dopo quaranta, nel 1986 in “La sapienza del cuore” (Rusconi editore) e spero di farlo ancora con un’opera definitiva. Ciò vuol dire che io credo che un poeta scriva sempre un libro solo. Di volta in volta la raccolta che pubblico “racconta” l’uomo che sono in quel momento, quell’uomo che, come tutti, cambia, si evolve. Solo il libro che rappresenterà tutta la vita compiuta dirà davvero l’uomo che, con tutte le sue contraddizioni, sono stato. Contraddizioni che le mie poesie, talvolta, drammaticamente rivelano.

Le emozioni sono sempre le stesse, cambia il modo di esprimerle, questa frase del Prof. Antonelli mi colpì molto in un’affollata Aula Magna dell’Università La Sapienza. L’arte dunque è questa ricerca di espressione, questo navigare verso una nuova spiaggia delle parole. Oggi come si esprime l’amore?

È vero ciò che hai sentito affermare dal prof. Antonelli: che le “emozioni sono sempre le stesse e cambia il modo di esprimerle”, che è come dire che l’uomo, in ogni tempo, è sempre lo stesso (contrariamente a chi vorrebbe giustificare certe “innovazioni” estetiche, giustificandole con l’assurda affermazione che l’uomo del duemila è diverso da quello dei secoli passati. Diverso soltanto nel suo involucro esteriore, cioè nell’aspetto sociale, non nella sua realtà profonda che si racchiude nelle stesse insolute domande). E l’arte (nel nostro caso specifico, la poesia), è –come tu dici con bella immagine– un navigare verso una nuova spiaggia di parole, o diciamo, forse più giustamente, e –come ho già detto– verso l’orizzonte irraggiungibile della forma perfet-ta.

Ma l’amore è soltanto un’emozione? Quali infiniti e sottili legacci fatati unisce due persone fino a quel momento del tutto estranee? È soltanto una reazione chimica, oppure un improvviso trovarsi nell’infinito gioco del mondo?

Sono infinite le emozioni che possiamo ricevere dalla vita, che ce ne fanno assaporare il gusto, ma è indubbio che l’amore sia la fonte delle più intense, quelle per cui vale la pena di vivere. Ma oltre questo non saprei dirti. Nessuno è riuscito a capire quale sia il mistero per cui fra miliardi di individui due si incontrino e si riconoscono così affini da poter vivere insieme per sempre.

Qual è il poeta che senti a te più vicino tra i poeti grandi del passato e tra quelli contemporanei viventi?

I poeti che sento più vicini sono i grandi spagnoli, Lorca, Machado, Jimenez, che considero i massimi del Novecento. E ancora Apollinaire e Kavafis. Poeti ai quali ho dedicato maggiore spazio in “Luna d’amore”, la già citata mia raccolta di traduzioni di duecento poeti di tutte le letterature. Come avrai notato, per risponderti, non cito volutamente gli italiani che amo.

Oltre che come poeta sei molto apprezzato per la tua attività di critico a tutto campo. Parlami di questa tua doppia attività.

Ogni poeta è un critico: prima di tutto di se stesso. E Eliot diceva che il miglior critico di poesia è il poeta. E naturalmente anch’io ho scritto molte recensioni, dei saggi e ho curato monografie (da Luzi a Prisco, da Sciascia a Pratolini). Parallelamente mi sono sempre occupato di critica d’arte con così numerosi titoli da farmi assegnare a tempo indeterminato una cattedra di Storia dell’Arte all’Accademia di Belle Arti di Foggia: una carriera che, pur esaltante, ho interrotto perché non riuscivo a conciliarla con gli impegni culturali e televisivi. Ma l’amore per l’arte è nato in me fin dagli anni del dopoguerra quando a Roma i giovani poeti vivevano accanto ai pittori loro coetanei, e che si chiamavano Vespignani, Buratti, Muccini, Attardi, Caruso, che fin dalle prime prove, prevalentemente grafiche, mostrarono il loro grande talento che poi ne ha fatto degli indiscussi maestri di quella generazione. E proprio muovendo da quei ricordi, ho recentemente pubblicato, con le edizioni Rai-Eri, un libro, “Piazza del Popolo” dove attraverso trentacinque profili di artisti, si rivive il clima di irripetibile fervore creativo di quel periodo in cui Roma fu al centro della ripresa culturale dopo la tragedia della guerra.

Nella società tecnologica la poesia soccomberà?

La poesia non “soccomberà” mai. Finché l’uomo avrà sentimenti ed emozioni, conoscerà l’amore e il dolore, la disperazione e la speranza, e si porrà le stesse domande sul proprio destino creaturale, la poesia non morirà. Io ho avuto una esperienza che mi ha toccato profondamente e mi ha dato la certezza della necessità della poesia. Facevo parte della giuria di un premio per dilettanti, che un uomo di grande intuito psicologico e sociale aveva istituito nell’ambito dell’Associazione dei pensionati del commercio “Cinquanta e più”: un premio, diciamo pure, che si rivolgeva a persone che, forse, fino alla quasi improponibile provocazione del concorso, non avevano mai sentito parlare di poesia. Ebbene durante una affollatissima riunione (partecipavano ogni anno sei-settecento concorrenti) una signora anziana si alzò tenendo, alto in mano, un foglio. Disse, con grande naturalezza: “Mio marito mi ha lasciata, la mia unica figlia di diciotto anni è morta in un incidente. Se io non avessi questa poesia mi sarei suicidata”. Ci fu un lungo silenzio, poi scoppiò un applauso. Ed eravamo in molti con le lacrime agli occhi.

Luciano Luisi (Livorno, 13 marzo 1924) è un poeta, scrittore e giornalista italiano, nato da madre toscana e padre pugliese trascorre l’infanzia in Lombardia e a Parma. Attualmente vive a Roma dove per diversi anni è stato una figura preminente della vita artistica italiana sullo schermo televisivo. Ha insegnato Giornalismo televisivo all’Università Pro Deo di Roma e Storia dell’arte all’Accademia di Belle Arti di Foggia. È inoltre un collezionista e studioso di conchiglie. Ha diretto L’informatore librario ed è stato segretario generale del Premio Fiuggi dirigendo la collana di saggistica dedicata ai vincitori e, insieme a Cosimo Fornaro, quella del premio Gli ori di Taranto.
Ha pubblicato racconti, romanzi e raccolte di poesie, oltre a traduzioni e monografie su Mario Luzi, Vasco Pratolini, Leonardo Sciascia, Eraldo Miscia e, fra quelle per artisti figurativi, di Emilio Greco, Renato Guttuso, Renzo Vespignani e tanti altri, ricevendo importanti riconoscimenti e vincendo numerosi premi. Si ricordano: Racconto e altri versi (Guanda, 1949), con disegni di Renzo Vespignani. Piazza grande (Cappelli, 1951), prefazione di Giorgio Caproni con disegni di Renzo Vespignani. Ho viaggiato tutta la notte (in Nuovi poeti, Vallecchi 1958), prefazione di Ugo Fasolo. Un pugno di tempo (Guanda, La Fenice, 1967, 1968). La sapienza del cuore (Rusconi, 1986) con disegni di Emilio Greco. Luna d’amore (Newton Compton, 1989). Il doppio segno (Schena Editore, 1994). A mio padre… (Newton, 1996). Nonostante (Passigli, 2004). Poesie d’amore (Newton Compton, 2004). Eloisa e Abelardo (Passigli, 2007). E’ appena uscito il suo libro-dialogo “Lettera a un giovane amico”ed.Tracce 201

 

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