Corrado Calabrò intervista di Anna Manna

Corrado Calabrò intervista di Anna Manna

«Roma è divenuta la “mia” città, una città che adoro e che mi ha dato tanto – dice Corrado Calabrò – eppure ogni mattina, quando mi sveglio, avverto un senso di privazione, del quale ogni volta non capisco la ragione. Un attimo dopo realizzo: mi manca il mare, il mare che vedevo da qualsiasi finestra, da qualsiasi balcone, da qualsiasi terrazza della mia casa».

A terra se acaba e o mar começa (Qui finisce la terra e comincia il mare), La letteratura marittima del 500 portoghese è ricca di modi di dire affascinanti e coinvolgenti per un lettore che volesse immergersi in quelle lontane storie di naufragi e tempeste. Ma una frase rimane veramente scolpita nel cuore, una volta scoperta la magia dei viaggi verso le scoperte. La usò per primo” l’Infante D. Henrique che aveva posto la sua base operativa nell’estremo sud del Portogallo in una lingua di terra dell’algarve protesa sul mare, fra Sagres e Capo San Vincenzo, un angolo estremo d’Europa, battuto costantemente dai venti e dalle onde (Silvano Peloso, Al di là delle Colonne d’Ercole. Madera e gli Arcipelaghi atlantici nelle Cronache italiane di viaggio dell’età delle scoperte, Viterbo, Settecittà, 2004). La frase poi diventò un modo di dire, un modo di affrontare i viaggi: “A terra se acaba e o mar começa”.
Che non vuol dire soltanto qui finisce la terra e comincia il mare, ma sintetizza lo stato d’animo di chi parte all’avventura, alla conquista del mare, lasciando a terra tutto, ma soprattutto le regole e le leggi della terra ferma. Per affrontare lo sconosciuto, l’inconoscibile, la terra promessa, e la terra negata, la terra sperata e la terra che non c’è. E’ sicuramente applicabile al Poeta che oggi incontrerò in un contatto psichico e poetico impegnativo ed importante. I portoghesi che si accingevano a partire verso le Indie, consapevoli del balzo in avanti senza rete e senza garanzie, usavano ripetersi mentre si salutavano: “Fin qui la terra, ma da oggi comincia il mare”. Ed il mare soltanto fino all’orizzonte per molti, molti giorni. E’ il bagaglio più appropriato per partire per un viaggio poetico che rischia di rimanerci nell’anima per lungo tempo. Il capitano che ci guiderà nelle procelle, nelle improvvise schiarite, nelle serate di calma apparente del mare, nei tramonti che sfumano nella nostalgia dei rimpianti, nelle albe incendiate dall’ansia, è il poeta del mare: Corrado Calabrò. Il suo ultimo libro “Poesie d’amore” sarà per noi il faro per una navigazione che cercherà quel barlume nascosto dell’animo che determina una personalità così completa e complessa come è la personalità del poeta magistrato.
Quella luce che accende il buio minaccioso del mare notturno, e placa le mareggiate della mente. Quella luce che aspetta ogni lettore appassionato dei versi di Calabrò come una terra promessa che lo accolga dopo lotte titaniche con gli elementi della natura e penombre della psiche. “Poesie d’amore” è,come dice immediatamente il titolo, una raccolta di poesie d’amore. Sarebbe facile cominciare con le poesie più dolci, ma la navigazione con Corrado è subito degna di un grande capitano. E dunque gli argomenti, le tematiche non possono essere riportati al cullarsi su una barca che navighi in dolci acque. E’ subito procella. La sua poesia più inquietante e più immediata, nelle figurazioni e nelle sensazioni, è sicuramente “L’esorcismo dell’Arcilussurgiu”. E’ una poesia d’infinita dolcezza al di là delle apparenze. Una poesia antichissima come il mondo, avvolta nelle magie, nelle nebbie del non- risolto. Una poesia senza età e senza tempo, potrebbe averla scritta un adolescente e un mago di mille anni. Le paure ancestrali della femminilità si scontrano con la contemplazione, senza resistenza alcuna, della bellezza che non sfiorisce neanche sotto la sferzata del dolore. La natura diviene parte attiva dell’azione poetica, la sostiene, la vivifica fino alla fusione totale dei colori dell’animo, vivido di vendetta, e l’inquietante colore dell’alba.

Tanto odio, tanto sottile sadismo, tanta programmazione del dolore che deve provare la fanciulla, colpevole della sua stessa capacità di fascinazione, non è forse la più eclatante dichiarazione d’amore? Dove la sguardo del bambino, innamorato della madre, attonito nella scoperta della nudità della balia, succube della favole atroci della donne anziane, si fortifica e si manifesta nello sguardo crudele dell’uomo innamorato, quando soffre per amore?
La poesia è una sottile, strisciante, preziosa vendetta letteraria ? Ma non mi riferisco a te Corrado, ma all’inconscia rabbia di tutti gli uomini che, troppe volte, si sentono travolti da un potere (il potere del fascino femminile) di cui si sentono vittime? Senza capire che non è nella donna quel potere, ma soltanto nel desiderio dell’uomo?
E’ nella donna quel potere o è soltanto nel desiderio dell’uomo? Nessuno ha tanto potere su di noi quanto colei (colui) cui noi glielo diamo; ancora di più ne ha colei (colui) cui non possiamo e non vogliamo resistere. E nessun potere è così grande quanto l’amore. Il peggior dittatore può condizionare i nostri comportamenti con restrizioni e con il timore di punizioni, può limitare la nostra libertà d’espressione, ma non la nostra libertà di pensiero. L’amore, l’amore divampante, totalizzante ci rende incapaci di pensare ad altro; tre, quattro, dieci volte al minuto, il pensiero di lei (lui) ci torna in mente, c’impedisce di concentrarci nel lavoro, di godere di un qualsiasi innocente divertimento senza di lei (lui): persino la bellezza di un’alba o di un tramonto diventa tormentosa perché vorremmo che l’altro-da-noi la condividesse.
Quale tiranno ci guasta con la sua ossessiva immagine la visione d’un film, ci distoglie dal seguire il filo di un libro, una sequenza di versi, martellando sempre e solo il suo nome? Quel nome più insistente della pioggia battente, improfferibile come quello dell’arcano, ritmato come lo sciacquio cadenzato del mare alla battigia, entra onda a onda nella mente e ne scaccia il sonno, resta come un’eco somatizzata nell’orecchio interiore e rende febbricitante il dormiveglia; è una realtà aliena che si è impossessata di noi e che ci fa venire meno ogni altro riferimento, fa impazzire il nostro sistema informativo come un virus introdotto nel nostro software, altera i nostri sensori come accade alle balene che, smarrito l’orientamento magnetico, s’arenano sulla spiaggia. La causa è lei o è in noi? E’ la stessa domanda che possiamo porci per la poesia; e vale la stessa risposta. Il messaggio poetico non sta in quello che il verso dice, sta nel non detto. Ma è un non detto indotto da quello specifico detto. Noi percepiamo quel messaggio poetico solo se siamo predisposti a recepirlo, solo se risponde a una nostra attesa inconscia. Solo, quindi, se interagiamo col poeta. Ma l’interazione viene prodotta proprio da quel verso e da quello solo. Nessun altro può sostituirlo nella trasmissione di quel messaggio che, pure, esso non dice. Ci capita così, mentre amiamo quella donna e solo lei, d’incontrare altra donna che potremmo amare e che mostra di essere disposta all’amore verso di noi.
Ma noi non possiamo interagire con lei, e anzi la fuggiamo, perché ci è precluso da quel sentimento dominante e esclusivo. Quale tirannia, come questa, s’impone nel nostro privato, nella nostra sfera più personale, plagia la nostra volontà e il nostro modo di vedere? Ebbene, Aristotele dice che quando non c’è altro mezzo per liberarsi di un tiranno è lecito ucciderlo. Sì, sia o non sia lei l’unica causa, bisogna uccidere dentro di noi la presenza di chi ci fa amare in tal modo. Ma ucciderla non basta, perché dopo resterebbe il suo ricordo, ineliminabile come “la presenza rimandata di un’assenza”. Occorre tutto un rituale raffinato di torture inaudite per soffocare, una a una, le cento teste di quell’idra. E’ una vendetta, certo, contro chi ci ha resi così succubi. Ma una vendetta ritualizzata. Anche la messa ricorda ritualmente il sacrificio di Cristo e ha per scopo di farcelo sentire ancora vivo nell’atto in cui muore ancora una volta, ogni volta, per i nostri peccati.
Nell’Esorcismo dell’Arcilussurgiu il fine è di liberare l’innamorato da quella presenza invasiva, facendo alla fine morire la donna per il suo peccato. Qual è questo peccato? E’ duplice: di averci drogato d’amore (anche se quella droga ci ha fatto uscire fuori del nostro ego e ci ha elevato al di sopra di noi stessi) e quello di non avere, lei, assunto quella droga. E’ una spacciatrice, una portatrice sana del male di cui ci ha contagiato. No, ucciderla non basta. Bisogna trasformarla attraverso una dedizione tanto esclusiva quanto spietata al suo dressage; bisogna privare una giovane donna bellissima –oh, inimmaginabilmente bella, Anna!- della sua bellezza, ch’è stato lo strumento attraverso cui si è impossessata demoniacamente di noi. E come? Beh, anche la donna più bella finisce per perdere la sua bellezza invecchiando. E quanto più è stata bella tanto più la vecchiaia la renderà repulsiva. Ecco, l’esorcismo, il sortilegio consiste in questo: nel far vedere all’innamorato adesso come sarà quella donna a ottant’anni, facendo affiorare sul suo volto la cattiveria, la colpa che lo deturpano. Qual è questa colpa? L’ho detto: di non corrispondere l’innamorato di un amore assoluto, omologo cioè al suo.

Contrariamente alla vita reale che vede Corrado Calabrò fortunato in amore, il poeta Calabrò si compiace, indugia e sviluppa un tema particolarissimo : l’amore negato. Non nella accezione più banale di amore non corrisposto o nel solito binomio odio-amore, come alternanza o come dualismo sofferto di un sentimento ambivalente, ma come percorso sentimentale originale : Amore come Assenza. “Quanto ti amo ? Quanto ti discosti” e ancora “La penuria di te m’affolla l’anima”.
Un amore, un afflato che si sviluppa e trova le note più intime e sublimi nell’assenza. Così sviluppa un’immagine femminile molto interessante che dona brividi e sensazioni particolari : la donna come Altrove. Una ricerca spasmodica, un nuotare nel mare del presente per raggiungere la terra promessa. Un altrove che è altro da sé, ma anche e comunque un paesaggio noto e conosciuto. A volte, leggendo le sue poesie, sembra di scorgere questa dea nascosta tra gli alberi, tra le foreste, oltre l’orizzonte. Una dea muta. Che non risponde, eppure c’è. Corrado questa Donna-Altrove, questa Donna mitica e irraggiungibile è la Natura stessa? Questo dialogo muto è il tuo contatto con la natura?
Anche certi spettacoli della natura mi hanno provocato una sensazione di bellezza così forte da essere quasi angosciosa. E ci sono visioni naturali che mi mancano ancora, ogni giorno. Roma è divenuta la “mia” città, una città che adoro e che mi ha dato tanto. Eppure ogni mattina quando, appena sveglio, apro le imposte della mia camera, avverto un senso di privazione, del quale, ancora assonnato, ogni volta non capisco la ragione. Un attimo dopo realizzo: mi manca il mare, il mare che vedevo da qualsiasi finestra, da qualsiasi balcone, da qualsiasi terrazza della mia casa di Reggio. Il mare che giungeva a lambire la soglia della mia casa di campagna a Bocale, per cui, uscendo dalla porta, entravo direttamente nel suo grembo.
Non so se c’è identificazione tra la donna e la natura, nella mia poesia. Certo -come ha giustamente osservato Carlo Bo- nella mia poesia il mare (insieme al vento) svolge la funzione di organo, di sottofondo, di contrappunto, d’ampliamento del tema, come il coro nella tragedia greca. Il mare fa da specchio, da pantografo, da lenimento ai miei sentimenti, è anche una mimesi dell’affidamento all’amore che ci lambisce e ci sfugge. Le ragioni per cui l’amore, nei miei versi, è sempre aspettazione o rimpianto sono probabilmente che l’amore –anche l’amore più realizzato- è sempre piccola cosa rispetto a quel desiderio d’immenso che avvertiamo nel momento in cui ci innamoriamo: S’inoltrano in mare gli amanti / come Alice entrava nello specchio; / cercano dimensioni al loro amore / – di sé perdutamente innamorato -/che siano almeno a misura d’oceano. /Ma prima o dopo tornano alla riva / portando, a dondolo, un secchiello d’acqua. / Un po’ come l’amore è la poesia. (Il vento di Myconos, “Una vita per il suo verso”, Mondadori, 2002).
Nell’amore vissuto – anche in quello ricambiato, in quello che comunemente si ritiene “felicemente” vissuto- c’è uno scadimento di tensione, della propensione a generare qualcosa di assolutamente nostro, di nuovo, di mai visto, a coniugare “l’altro-da-se” con noi e noi con “l’altro da sé” fino ad andare oltre la pur positiva realtà di una coppia che interagisce, a sublimare il sentimento fino a superare la soglia / oltre la quale si smarrisce l’anima (L’angelo incredulo). E’ talmente forte la spinta dell’amore che, dopo aver cercato di fare di noi carne e anima dell’altro-da-sé e dell’altro carne e anima nostra, ci induce all’oltre da entrambi noi stessi. Racconta Platone (nel Convivio) che in principio gli uomini erano l’uno e l’altro.
Un giorno Zeus, volendo castigare l’uomo senza distruggerlo, lo tagliò in due. Da allora ciascuno di noi è il simbolo di un uomo, la metà che cerca l’altra metà, il simbolo corrispondente. Per curare questa lacerazione Zeus inviò Amore, colui che cerca di medicare l’umana natura riconducendo all’antica condizione, cercando cioè di fare uno ciò ch’è due. La metà separata cerca l’altra parte incontentabilmente, finché non la trova. La trova? Raramente. La cerca? Certamente. L’amore ci rivela la nostra incompletezza e il bisogno d’integrarci nel rapporto con l’altro. L’altra-da-sé ci manca perché e finchè non si realizza l’incontro, l’incastro. Ci manca quando l’intesa non c’è più. Ma ci manca, comunque, nella misura del divario intercorrente tra la nostra aspettazione e la realizzazione del rapporto, di qualsiasi rapporto. L’amore, insomma, ci manca sempre, in qualche misura. C’è una potenzialità enorme nel sentimento d’amore in incubazione. Ma è proprio l’impossibilità di far coincidere la potenzialità con la realizzazione a far scattare e ad alimentare l’amore, come tentativo-irrinunciabile (a pena di rinunciare, ci sembra, alla ragion d’essere della nostra stessa vita) e inattuabile- d’immedesimarci con l’altro-da-sé. L’amore è figlio di povertà (pe??a) afferma Socrate. Se esiste una ragione perch’io t’ami / ci sei nella misura in cui mi manchi si legge nel mio Marelungo. (“Poesie d’amore”, Newton & Compton, 2004). La reciprocità dell’amore nasce dal rapporto speculare, non da una proprietà commutativa dell’amore (l’amore inclina piuttosto alla proprietà transitiva).
E in un giuoco a rimando di specchi, molti sono gli inganni dei sensi e vi è annidato ogni giorno il rischio della delusione, se non della disillusione. In realtà più che la persona amata amiamo l’amore. L’amore si manifesta col bisogno della parte mancante al senso-non senso della nostra vita. Senza amore non si conosce appieno la nostra realtà esistenziale. L’amore è un’ultrarealtà, è un protendersi oltre l’effimera concretezza del nostro quotidiano; esprime la tendenza al prolungamento, alla procreazione (ch’è una forma di creatività), alla rigenerazione dell’essenza fuggevole del nostro passaggio su questa terra. Ma l’immedesimazione con l’altro-da-sé è una scommessa sfuggente. Come la poesia, appunto; e come il mare. Sentire il bisogno di andare oltre e rendersi conto che al di là del rapporto con la persona amata non c’è un altrove, questo è l’amore

Ma più che mai
Dall’inizio mi manchi,
come l’acqua alla sete del deserto.
Mi manchi quando ti cammino a fianco:
non vanno nella stessa direzione,
se non per breve tratto,
due treni su binari paralleli.
Mi manchi quando sono con un’altra,
come manca la freccia alla ferita
che per la sua estrazione si dissangua.
Ogni giorno mi manchi; e in ogni dove
perché all’assenza di te
non c’è un altrove.
(“Poesie d’amore”)

E’ una realtà deprivata, quindi, l’amore rispetto al suo potenziale che ci aveva sgomentati come un oceano ignoto, come un viaggio interplanetario. Ma il fatto che, al limite, l’amore possa sopravvivere al rapporto (alla sua inadeguatezza e persino al suo venir meno) offre all’amante una risorsa di cui l’amata non lo può privare: Ma c’è una cosa che non puoi riprenderti: / l’amore che al di là del capolinea / dei miei percorsi inconsci, / quest’amore che al margine estremo / della mia identità hai spalancato, / non ha bisogno della tua presenza. / Io me lo stringo addosso col lenzuolo / che mi fa da vela e da coperta. / C’è una soglia per ogni privazione: / l’eccesso, di per sé, ci anestetizza. // Dal tuo scaltrito volto di fanciulla / dal tuo corpo acerbo e irrequieto / da te stessa il tuo amore mi protegge. / Di quest’amore tu sei stata l’esca; / ma il legno che brucia, di se stesso, / delle sue stesse fibre s’alimenta. (Il vento di Myconos).

Accanto a questa tematica della donna-altrove si delinea una tematica metafisica che supera il contingente per dirigersi pian piano verso una forte istanza di tipo religioso. Splendide le tue poesie religiose dove il canto dell’impossibile contatto trova la sua manifestazione più logica. E proprio nelle poesie religiose nascono le figurazioni di donna costruite come un dipinto,scolpite con i versi.
Mi riferisco ad esempio alla Madonna come Madre del soldato. Qui la distanza della figura femminile e, nel contempo, la forte spinta umana che alla donna ti lega, permettono una fruizione riuscita al massimo del distacco strutturale e del coinvolgimento emotivo. Come è avvenuto in te questo iter religioso da poesia d’amore a Poesia d’Amore?
Ho avuto un’infanzia intensamente religiosa. E ho avuto sotto gli occhi, come esempio inimitabile, una persona che ha dato con la sua vita una testimonianza incredibile. La testimonianza di una scelta di vita radicale, consistente in una sfida semplice ed estrema al tempo stesso: applicare il Vangelo, non semplicemente predicarlo, dando per scontato (come facciamo quasi tutti) che sia impossibile, sovrumano conformare il nostro comportamento quotidiano all’insegnamento d’amore di Cristo. Un’esperienza totalizzante, nella quale si riduce al minimo il divario fra ciò che si dice e ciò che si fa. Un’esperienza rivoluzionaria: l’immedesimazione della propria azione con l’amore senza limiti, senza condizioni, senza perché. Quella persona ha fatto del Vangelo il binario sul quale ha instradato inesorabilmente il suo cammino, e con esso il viaggio di quelli che l’hanno fatto con lui.
Il paradigma è stato il modo come Gesù ci ha amato. Gesù per primo ci ha amati facendosi uno di noi, entrando nella storia, nella comunità, tra la gente, facendosi uomo tra gli uomini. Lui si è fatto uno di loro: loro, i derelitti, quelli dinanzi ai quali si volta la faccia da un’altra parte; peggio, li si guarda senza vederli; i poveri; i malati di mente; i bambini abbandonati; le ragazze madri; i vecchi; i giovani, con le loro inquietudini; i tossicodipendenti; gli handicappati fisici; i poveri di fede. Le mie poesie religiose esprimono la mia ricerca interiore ma risentono al tempo stesso di quell’esempio. Una, poi, è espressamente dedicata a lui:

Ad eccezione
Fratello
che da ragazzo levavi lo sguardo
di chi non sa cosa vuol dire resa
Fratello
la cui scelta di vita fu scommessa
in un mondo soltanto predicato
Fratello
al cui collo s’è aggrappato,
come l’ostrica, chiunque andava a fondo
Fratello
la cui casa è stata aperta
com’è aperta una porta spalancata
Fratello
fratello senza limiti di sangue
né di ragione né di sofferenza
Fratello
che di tutto sei spogliato
ad eccezione della tua coerenza.
(“Una vita per il suo verso”).

Ci sono dunque, indubbiamente, molte forme d’amore. E anch’io ho sperimentato nuove forme d’amore con i figli, con i nipoti, con amicizie animate da una sensibilità comune (per la letteratura, la musica, la pittura, la filosofia, la storia, la fisica) non meno che da un’attrazione repressa. Ma non sarei sincero se non confessassi che ancora Scuote l’anima mia Eros, / come vento sul monte / che irrompe entro le querce; / e scioglie le membra e le agita, dolce amara indomabile belva. (Saffo). Sì, in me Eros, / che mai alcuna età mi rasserena, / come il vento del nord rosso di fulmini, / rapido muove: così, torbido / spietato arso di demenza, / custodisce tenace nella mente / tutte le voglie che avevo da ragazzo. Sì, sono ancora così, anche se dentro di me ora io trepido quando si avvicina, / come cavallo che uso alle vittorie, / a tarda giovinezza, contro voglia / fra carri veloci torna a gara(avrà riconosciuto i versi del mio concittadino Ibico). Come vive il poeta la molteplicità degli amori nella sostanziale identità del sentimento? Molte mie poesie l’esprimono. Ne cito una:

Transfluenza
Amor che per la proprietà transitiva
passi, e non sai perché, dall’uno all’altro
e per la transflüenza dei ghiacciai
muti restando uguale in superficie
Amore cui il giorno da’ sollievo
e la notte un senso sterminato
Ripassami l’attesa che t’ho data
come tra subacquei ci si scambia
il respiratore dell’ossigeno
per rallentare un’emersione affrettata
E seda con il sesso a perdifiato
lo smarrimento di quel che non è stato.

Affrontate le tematiche più difficili, ora lasciami lo spazio per parlare semplicemente d’amore. Del resto nei progetti migliori si affronta sempre la base e poi si mettono i fiori nei balconi, dove s’affacciano le ragazze . Anche perché, come tu affermi, l’amore va preso come viene. Quando hai cominciato a scrivere poesie d’amore, e come sei riuscito a mantenere fresca e viva in te la tematica amorosa affrontando una vita da magistrato, da uomo di poteri decisionali?
L’umanità in te è alla base della tua psiche o somiglia ai fiori sul balcone di una personalità granitica, forte, che può permettersi di giocare anche con la tematica amorosa? Corrado, capisco che, volendo discutere semplicemente d’amore, sono scivolata nella domanda più difficile, : sei prima poeta e poi tutto il resto, o sei prima tutto il resto e poi anche poeta d’amore ? E alla mitica Assenza quale pomo si deve destinare: il pomo per la più bella, la più intelligente, la più fredda? Quale fronte per il poeta Calabrò è il più coinvolgente? E, permettimi la domanda ma le lettrici sono curiose, per l’uomo Corrado Calabrò?
Nasco poeta prima d’ogni altra cosa e questa mia attitudine, questa mia sensibilità è rimasta incontaminata, è passata come la salamandra attraverso il fuoco delle mille controversie, attraverso la competizione quotidiana, attraverso la severità del dovere del magistrato, dell’uomo delle istituzioni, attraverso le sette vite che ho vissuto. Sono nato sulla riva del mare; certi autunni le mareggiate giungevano fino alla soglia della nostra casa di campagna ai bordi della spiaggia. Per me è difficile capire come qualcuno possa non nuotare, così come non ci passa per la mente che uno non sappia camminare. Il mare è stato il mio imprinting; lo Stretto di Messina il calco di bellezza primigenia con cui ha dovuto poi confrontarsi qualsiasi emozione paesaggistica. L’estate era il mio ambito di libertà. Con un tocco alla barra ed alla vela / si schiudeva alla prua un’altra rotta (Subway, “Una vita per il suo verso”).
Seguivo con lo sguardo le navi che, lasciato lo Stretto, rimpicciolivano sempre più fino a venire inglobate nella distesa liquida. Pure, mi sembrava di continuare a vederne una parvenza, come il sorriso del gatto sparito di Lewis Carrol. Avrei voluto seguirle a nuoto o in barca a vela spingendomi fino alla soglia che segna il limitare a un nuovo giorno. E’ stato quello il mio imprinting della poesia. Da adolescente, da giovane, da uomo, da … “Ibico”, l’amore, poi, è stato forse per me la principale porta della poesia. Quanti ragazzi hanno guardato quella ragazza senza vedere in lei niente di speciale? Poi un ragazzo s’innamora e vede in lei una bellezza che nessun altro aveva scorto. Analogamente la poesia ci fa cadere la cateratta dell’abitudinarietà che ci velava la vista. E’ come un commutatore di banda che faccia apparire sullo schermo un’immagine dove prima c’era un subbuglio di puntini ballonzolanti. Nell’amore mi comporto come i naviganti a vela di una volta. Avevano una rotta da seguire e bussola e sestante per orientarsi; ma quando il vento li trasportava un po’ fuori rotta lo assecondavano: è così che sono venute le più grandi scoperte geografiche, per serendipity, ossia interrogando il caso. Serendipity, una scoperta inattesa e straordinariamente importante che va al di là dell’obiettivo della nostra ricerca: Cristoforo Colombo che cercava un’altra via per le Indie e trovò invece un nuovo, enorme, ricchissimo continente.
Ho amato la bella per la sua bellezza, impronta della dea; la fredda per il desiderio di farla palpitare (e quasi sempre ci sono riuscito); la fedele perché è il mio porto; la sfuggente per la sua elusività; la passionale perché ho raggiunto con lei la fusione erotica, la com-pulsione delle due mezze arance che fremendo si riconoscono e si fanno una; l’intelligente per il dialogo; la sensibile per la comprensione profonda; l’istintiva perché sa, senza saperlo, cose che gli animali sanno e che gli uomini hanno dimenticato. Quale è stata la più coinvolgente? Un’adolescente misteriosa dai grandi occhi viola di quando ero ragazzo. Ho rincontrato quella ragazza quarant’anni dopo. Ma questa è un’altra storia…

Potrebbe esistere un’eterna adesione all’amore, un eterno innamorarsi? E’ soltanto l’avanzare del tempo, il tempo che passa come dice la canzone di Casablanca, che impedisce l’amore ogni volta, il rinnovarsi di quell’incantesimo, oppure veramente l’amore, quello di Casablanca, è una volta soltanto anche se la vita fosse un’eterna giovinezza ? La luce nel fondo degli occhi di ragazza? Ti faccio questa domanda perché molte volte assistendo ai tuoi recital di poesie ho visto negli occhi del pubblico femminile, giovane e meno giovane, questo luccichio di ammirazione.
E’ la tua poesia, la tua sincerità nel poetare, o è la loro inconscia voglia d’impersonare quella mitica dea sfuggente che lega ogni donna, più di ogni altra carezza? Regali al pubblico femminile una nuova faccia, una nuova tipologia, mentre nel mondo imperversa la facilità di dialogo, diciamo così, dipingi un nuovo fascino? Il fascino della distanza, Le ancore infeconde come il titolo di un tuo libro?
Sì, vedo anch’io accendersi quella luce negli occhi di chi assiste al recital delle mie poesie. E’ successo a Roma come a Perugia, a Sidney come a Torino, a Milano come a Varsavia, a Genova, a Pesaro, a Vercelli, a Roma. E’ successo ancora, un mese fa, a Vicenza. E’ la prova che portiamo dentro un grande bisogno di bellezza, d’amore, di verità che vada oltre la convenzionalità dei rapporti e dei discorsi generici. Il bisogno dell’illimite incombe sul nostro senso dell’esistere. Ma voglio tornare alla tua frase d’apertura:

A terra se acaba e o mar começa
(Qui finisce la terra e comincia il mare)

Molte mie poesie esprimono questo desiderio di affrontare il mare, di sfidare la vita, di tentare ancora l’avventura dell’amore che si rinnova. La più nota è Lo stesso rischio (“Poesie d’amore”) di cui tu citavi un verso:

Razionalmente, certo, il mare è un rischio;
ma io non l’ho mai sentito come tale.
Il mare va preso come viene
così, con la sua stessa inconcludenza :
portando verso il petto, a ogni bracciata,
un’onda lieve che non si trattiene.
Non c’è altro senso nel tendere al largo,
dove l’acqua è mielata dal tramonto,
se non di tenere la cadenza
fino a quando stramazzano le braccia
e spegnere nel mare il desiderio
di raggiungere a nuoto la soglia
che segna il limitare a un nuovo giorno.
Se allora ci si gira sopra il dorso,
come pescispada dissanguati,
agli occhi gonfi d’acqua e indeboliti
spalanca il cielo la sua occhiaia vuota :
ma il corpo sta sospeso in un’amaca
che lo sorregge come si è riamati
nell’età antecedente la ragione.
Passata quell’età, l’amore è un rischio,
infido quanto più ne ragioniamo.
Al mare si va incontro come viene,
in un’illimitata inconcludenza,
sentendosi lambire a ogni bracciata
da una carezza che non si trattiene.
E’ una scommessa tutta da giocare
fino alla sua estrema inconseguenza.
La cosa più penosa è far le mosse
sulla battigia, invece di nuotare.

Un’altra è:

In attesa d’imbarco
Scogli,
macigni confinari della costa.
Per chi siede tra essi come un masso
resta dietro la nuca il retroterra:
c’è, come il tempo, uno spazio passato.
Davanti agli occhi, a tutto campo, è il mare:
pista d’acqua che ostenta il suo turgore
come una mammella palpitante
e livella il presente e il passato
spianando il tempo col rullo delle onde:
piattaforma che scorre oltre la vista,
dove ogni punto all’altro è equivalente
e il ritrovarsi qui oppure altrove
dipende solamente dalle stelle.
La riva non s’appaga di tracciare
solo i contorni della terraferma;
si sforza di seguire oltre ogni segno
e circondare, come un lago, il mare.
In bilico sull’ultimo pontile,
da questo scoglio lambito dall’acqua
aspetto per l’imbarco la marea.
Forse è un imbarco dal quale non torno:
ma voglio tendere, immensa, una rete
fino a accerchiare la tua giovinezza.
(“Poesie d’amore”).

E Non cerco punti d’appoggio (“Una vita per il suo verso”)

Sono partiti gli uccelli migratori
per linee tangenti.
Appresso a loro una quaglia accecata
è fuggita da un buco del gabbione.
Saprei migrare ancora e più lontano
seguendo oscuri segni.
Non cerco punti d’appoggio:
datemi una linea di fuga
e scoccherò dal mondo.

Ma ce ne una che si riferisce proprio a Finisterre, quella località del Portogallo cui tu accenni e ch’è il punto più occidentale dell’Europa, al di là del quale c’è solo l’oceano (Atlantico):

A luna spenta
Da qui
dove il mare segnava il finisterrae
da qui tendere ad arco il trimarano…
Ah, Michelle, come strappa la randa!
Come un arco fiondato nel vento
senza avere di mira un finismaris…
Certo che non siamo senza freni,
Michelle, siamo in volo frenato!
Pettineremo come in aliscafo
le onde in fuga sotto i nostri pattini
finché ci porta, come adesso, il vento.
Hanno la velatura – è questo il bello! –
sovradimensionata, i trimarani.
L’arte per l’arte, il mare per il mare…
Pattineremo oltre le onde in fuga
come su un fiume presso la cascata…
ah, reggiti, Michelle, reggiti forte!
Certo, possiamo ammainare lo spinnaker;
ma non vuoi più volare?
Le onde scorrenti come un tapis roulant
in mare aperto… andare per andare…
ah, Michelle, se oggi fosse domani!
Ha l’albero più forte dello scafo
questo pigolante trimarano:
nuovo e ansioso appena tratto il dado,
e ora risente del rosichío del vento.
Le onde scorrenti come un tapis roulant
proni sul bordo l’acqua che ci sfiora
il cuore che batte contro il legno…
a luna spenta amare per amare
ah, reggiti, Michelle, reggiti ancora
la luna è spenta
presto sarà domani.
(“Poesie d’amore”)

Sì, “a luna spenta amare per amare”.

Attraverso alcuni tuoi versi cerca di raccontarti e poi, permettimi di regalare al pubblico de “Il convivio “ i tuoi versi che, secondo me, oggi ti definiscono meglio. Versi scelti da Corrado Calabrò

Sotto le palpebre
Il mio oroscopo passa
-poiché alzerai le palpebre-
per il tuo primo sguardo del mattino:
così attraversa l’aurora il nuovo giorno.

Una lama nel miele
Una scaglia dorata ricopre
il grembo senza sale
del mare di gennaio.
S’allunga il fiume nel golfo invetriato
come una lingua nel miele.
Pugnala a freddo l’azzurro
la scia di ghiaccio di un Phantom.
Come una lama nel miele
affondi nel cuore il tuo sguardo.

Sbianca il giorno
Sulla mia spalla stanca la tua guancia
su su su
sbianca il giorno sbiancano le labbra
su su ancora un colpo d’ala
fin là dove l’ossigeno ci manca.

T’amo di due amori
T’amo di due amori
eppure è a senso unico la freccia
che oscuramente segna la mia via.
T’amo di due amori:
mi sono accorto che c’era un crocevia
solo dopo averlo oltrepassato.
Vengo a te come l’acqua in pendio
ma ancora mi fai andare in extrasistole
quando più credo di sentirti mia
e poi mi ritrovo in stand by.
T’amo di due amori
e amo dunque due donne, anche se
non ho altra donna all’infuori di te.
T’amo di due amori –è vero-
e se ne sovrappongono le impronte
come due rette possono passare
per uno stesso punto se a tracciarle
è la mano incosciente d’un dio.
Ma c’è nell’amore un doppio senso
per decifrare il quale manca il tempo
finché il dolore non fornisce la chiave.

I lumi del secolo
O.K.! Secondo te sono svitato
come una lampadina.
Ma tu lo sai cos’è una lampadina?
Una lampadina è un terminale
è la prova lampante
della presenza di Dio nell’universo.
Ogni tanto Dio accende un’altra stella
così, senza un motivo apparente.
La sera poi accende tante lampadine;
e questo lo fa a ragion veduta.
«Tante quante?»
Tante quante le stelle, esattamente.
Per ogni stella in cielo qua s’accende
la corrispondente lampadina.
Nemmeno Dio però la potrà accendere
se non la troverà bene avvitata
nella sua appropriata impanatura.
Dio infatti fornisce la corrente.
Non fa mica, per noi, l’elettricista.

Il filo di Arianna
Aspetta ancora un poco, facci caso:
l’attesa sa filare un lungo filo.
E’ segnato in un codice il tuo giro,
è stampato in un filo da filare.
No, non lo trovi già sgomitolato:
lo devi estrarre, come fanno i ragni,
dalle tue stesse ghiandole e filarlo
attraverso la testa : starci appeso
con tutto il corpo, come un impiccato.
Fila ogni giorno e non guardare in basso:
questo filo s’allunga col tuo peso
e in nessun caso lo puoi riannodare.
Lo so che all’altro estremo lei t’attende,
ma ancora un poco lasciala aspettare.
Non dimenarti e non dare strattoni;
più si conficca e più fa male, l’amo.
Secerni solo il filo che ti occorre
per non restare indietro alla corrente
ma, quando t’è contraria, dalle spago.
Fila il tuo tempo come cresce il grano
apri grandi occhi liquidi nel mare:
c’è una ninfa elusiva in ogni anfratto,
gravi i pesci le vanno a visitare.
Pigliala larga, come fece Ulisse;
anche per lui Penelope filava.
Fila ogni nave, sola, la sua rotta
e dietro si richiude la sua traccia.
Distrìcati dal filo ch’è già scorso,
resta attaccato al bandolo coi denti;
non puoi smarrirti in questo labirinto
fino a che hai dentro filo da filare.
Fila ogni giorno, ma un poco più piano,
torci bene le fibre ad una ad una;
s’intreccia e scambia in esse il tuo passaggio
su un ciglio dove manca spesso il piede,
è in esse ch’è racchiuso il tuo messaggio.
Nella cordata non c’è un capofila,
non tende un cieco ad un cieco la mano:
dall’essere al capire è un lungo giro,
c’è ancora un filo che ti può guidare.
Solo una volta t’è dato filarlo:
e quando un giorno ne verrai a capo
lì troverai che il filo è terminato.

Versi scelti da Anna Manna per raccontare Calabrò

Venticinque, ventuno, diciannove.
Eh no, miei cari, qui non torna il conto
o vecchio muraglione o miramare
dal venticinque si salta al ventuno
E questo solo al lotto è consentito.
Come nell’equazione di Dirac
devo pensare che il mancante esiste
perché altrimenti non mi quadra il conto.

E poi dicono che la matematica non è poesia! Corrado Calabrò vibra nei versi e vira verso l’alto anche quando combatte con i numeri. Ed è il combattimento dell’uomo di fronte al mistero del creato. L’amore? Forse è la voce enigmatica di quel mistero che, a tratti, riesce a darci sollievo.

Biografia poetica di Corrado Calabrò

Corrado Calabrò è nato a Reggio Calabria, sulla riva del mare. Il primo volume di poesie di Calabrò, scritto tra i diciotto e i vent’anni, venne pubblicato nel 1960 dall’editore Guanda di Parma col titolo Prima attesa. Sono venuti poi numerosi altri volumi, tra cui: Agavi in fiore (1976), ed. SEN; Vuoto d’aria (1979 e 1980, tre edizioni), ed. Guanda; Presente anteriore (1981), ed. Vanni Scheiwiller; Mittente sconosciuta (1984), ed. Franco Maria Ricci; Rosso d’Alicudi, pubblicato nel 1992 (tre edizioni) da Mondadori, raccolta completa (all’epoca) delle poesie di Calabrò; Lo stesso rischio (Le même risque) (2000), ed. Crocetti; Le ancore infeconde (2000), ed. Pagine. Nel 2002 ancora Mondadori ha pubblicato una vasta raccolta dell’ultraquarantennale produzione poetica di Calabrò, in un Oscar dal titolo Una vita per il suo verso (due edizioni), con importante prefazione di Dante Maffia. L’ultima raccolta, Poesie d’amore, edita da Newton & Compton nel 2004, conferma il successo anche di pubblico di Calabrò. Le sue poesie sono state tradotte in sedici lingue (francese -due raccolte-, inglese –due raccolte-, spagnolo –due raccolte-, ungherese, svedese, rumeno, russo, ucraino, serbo, greco e altre). Nel 2007 sono uscite una nuova raccolta tradotta in greco (Poièmatha, editore Gavrielidis); una seconda in svedese; un’altra, con molte poesie nuove, in ungherese (A hitetlen angyal, editore Széphalom Könyvmuhely) e una traduzione in polacco (Napisy na murach, editore Czytelnik). D’imminente pubblicazione in spagnolo una nuova vasta raccolta che comprende tutte le poesie ancora non pubblicate in tale lingua. Delle poesie di Calabrò sono stati fatti vari compact disks (l’ultimo è edito da Crocetti), con le voci di alcuni dei più apprezzati interpreti: Achille Millo, Riccardo Cucciolla, Walter Maestosi, Paola Pitagora, Alberto Rossatti, Daniela Barra. Il suo poemetto Il vento di Myconos (tradotto in greco) è stato trasposto in musica classica: la prima rappresentazione è avvenuta a Roma, nell’Auditorium Santa Cecilia, il 6 dicembre 2005. I testi di Calabrò sono stati più volte presentati in teatro in recitals-spettacoli in varie città in Italia e all’estero (Roma, Bari, Cagliari, Orvieto, Foggia, Arezzo, Perugia, Pesaro, Vercelli, Lodi, Vicenza, Torino -al teatro Regio-, Genova, Milano -al “Piccolo”-, Sidney, Melbourne, Varsavia, Parigi). Calabrò è autore di un romanzo, Ricorda di dimenticarla (Newton & Compton, 1999), finalista al premio Strega del 1999. Ad esso è ispirato il film Il mercante di pietre, regista Renzo Martinelli . Per la sua opera letteraria l’Università Mechnikov di Odessa, nel 1997, e l’Università Vest Din di Timisoara, nel 2000, hanno conferito a Calabrò la laurea honoris causa.

One Comment on “Corrado Calabrò intervista di Anna Manna

  1. Che cosa dire di più? Corrado Calabro’ è un grandissimo poeta, tutto ciò che è stato tenuto lontano per vari motivi, viene con lui, improvvisamente alla luce. È un dono totale del corpo e dell’anima, della luce e delle tenebre.Grazie Corrado, io ti sono grata e con me, sono certa, molti amici poeti condividono stima e gratitudine.

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