Giuseppe Mannino intervistato da Anna Manna

Giuseppe Mannino intervistato da Anna Manna

Giuseppe (Pippo) Mannino è nato a Graniti (Messina) alle Gole dell’Alcantara, nella Valdemone. Figlioccio prediletto dello scultore Peppino Mazzullo, con cui ha vissuto a lungo a Roma, ha frequentato il salotto letterario “La casa rossa” in Via Sabazio (la casa di Mazzullo), dove è passato il meglio della cultura del secolo scorso.
Avvocato, giornalista pubblicista, poeta, scrittore, pittore e scultore, ha svolto anche attività sindacale e politica (è stato consigliere comunale dal 1997 al 2006 e presidente del Consiglio Comunale di Roma dal giugno 2001 al giugno 2006). Dirige il periodico di etica politica e cultura “Grandangolo on line”. Vive ed opera prevalentemente a Berlino (in una sorta di “esilio”).

 

È possibile emigrare col pensiero rimanendo su una mattonella, ma a Giuseppe Mannino è stato possibile il contrario: emigrare sul serio, andar via, dalle radici, dal proprio paese, dalla cultura d’origine, portando dietro tutte le mattonelle di casa, del proprio paese, della propria cultura d’origine. Tu puoi stare con i piedi e con la tua storia a Roma o a Berlino ma il tuo io più profondo resta sempre nel tuo territorio sentimentale d’origine. È una forma di grande affettività e basta, una dimostrazione d’intelligenza, una capacità di onnipresenza, oppure è il tuo mondo poetico che si dilata fino a raggruppare varie identità tue e dunque abbraccia più territori dell’anima?

In effetti il mio mondo poetico si è dilatato, si nutre delle mie varie identità ed abbraccia almeno due territori: quello di partenza, cioè quello delle mie origini, che coincide con quello della mia infanzia, e quello di arrivo, che poi è quello del mio impegno nella professione, nel sociale e nella pubblica amministrazione, con un occhio all’etica.
Si tratta dunque del viaggio di un figlio della guerra, che non ha dimenticato le origini, la propria terra, la Sicilia, la magia di una condizione fantastica, ricostruita con un solo occhio, come fosse un telescopio, però fuori da quell’ambiente, con la visuale di chi si è portato dietro un bagaglio di esperienze e di ricordi lasciato per anni in cantina a decantarsi e ricostruito con l’ignoranza della fantasia, cioè con il ricorso ad un connubio di due elementi per altri aspetti inconciliabili, ma che sono alla base di ogni percorso creativo. Paradossalmente posseggo questo doppio pregio – difetto: sono ignorante, nel senso che non sono colto, ed ho tanta fantasia, che mi deriva dal fatto che sono un sognatore.
L’ignoranza della fantasia non sarebbe da sola sufficiente a riscoprire la magia della vita contadina, senza i tre elementi che sono la materia prima di ogni pensatore e cioè la MEMORIA, la REALTÀ, il SOGNO.
La memoria è il PASSATO, la realtà è il PRESENTE, il sogno è il FUTURO.
Nel mio passato, nel mio presente e nel mio futuro c’è sempre la SICILIA e ci sono ovviamente “I Siciliani” quelli che forse non esistono.

Come sono questi “Siciliani”?

Ho scritto un testo, NOI SICILIANI, che ho dedicato a Sciascia; un ritratto ideale, un po’ autobiografico. Eccolo:
Noi Siciliani,
nasciamo con l’idea fissa di restare nella storia.
Siamo sognatori, spesso capaci di realizzare i nostri sogni.
Giochiamo con i sogni come a sottomuro.
Abbiamo una gamba in più (la Trinacria), che non è solo la rappresentazione simbolica dei nostri punti cardinali, che sono tre e non quattro, come per tutti gli altri.
Per noi il nord non esiste: è Roma il nostro nord. Che è poi il nostro centro, simboleggiato dalla faccia della nostra sirena: il nostro amore ideale e virtuale. Che non ci fa paura.
Abbiamo una cultura millenaria e perciò siamo saggi, anche quando siamo ignoranti, ma mai rozzi.
Siamo “stampati”, cioè contemplativi.
Nasciamo settemila anni avanti o indietro (di questo non sono certo) rispetto agli altri. E quando il presente è incerto e di ieri gli altri hanno dimenticato tutto, sappiamo ricorrere al passato più remoto, alle nostre radici, alla nostra inconsapevole storia e vi cerchiano il futuro, rinvigorendo la memoria, che è la sola a non morire mai definitivamente.
Ritroviamo la ragione pura, sotto forma di sogni o ideali; ci irrobustiamo nello spirito, guardando la realtà che cambia velocemente, con un solo occhio come fosse un telescopio. Diventiamo gattopardi, ironici e disincantati, ma al tempo stesso lirici e commoventi.
Conviviamo con i vulcani e con le mafie. Le eruzioni sono per noi segnali di vita ineluttabili e gli omicidi “ammazzatine”(piccole ammazzate), cose che quasi non ci riguardano. E non vogliamo neppure sentirne parlare. Sono cose nostre, come i fichidindia. Per noi sono diuretici e digestivi, ma per gli altri “ngruppaculo” (blocco intestinale).
Siamo unici nei rapporti di amicizia e ospitali come pochi, ma disprezziamo coloro che rubano o tradiscono la nostra amicizia.
Noi siciliani siamo speciali e universali come tutti i meridionali del mondo.

Se tu non fossi poeta potresti vivere queste metamorfosi della psiche , questi viaggi dell’intelligenza, con la stessa consapevolezza ed intensità?

Assolutamente no. Anche se il mio essere poeta risponde ad un concetto che ha contenuti etici, come si può vedere dalla mia poesia:
Il poeta ricorda le cose
che non si debbono dimenticare.
Il poeta dipinge, con le parole, il quadro della vita.
Il poeta suona,
con i sentimenti,
la musica delle nostre speranze.
Il poeta fa rivivere, con i suoi ricordi, i sapori, gli odori, i rumori delle nostre campagne.
Il poeta scolpisce
nella nostra memoria
le illusioni della nostra infanzia.
Il poeta canta,
con l’immaginazione,
la vita dei nostri sogni.
Il poeta sogna
i valori della nostra esistenza.
Il poeta è un bambino che riscopre il mondo.
Il poeta è un bugiardo.

Perché ritieni che il poeta sia un bugiardo.

Il poeta racconta una sua verità, che non sempre è una verità in assoluto. Dante Alighieri è un grande bugiardo: nella Divina Commedia l’Inferno, il Paradiso e il Purgatorio sono luoghi che esistono solo nella fantasia del sommo poeta. Eppure nessuno li ha mai messi in discussione.

Della tua infanzia ne hai fatto uno scrigno inesauribile di ricchezza. La sensazione che si rende più immediatamente evidente nell’accostare i tuoi ricorrenti ricordi dell’infanzia è una sorta di invidia di questo tuo avventuroso viaggio nell’infanzia. Era bella per te la tua infanzia oppure per tutti i ragazzi era così?

Insomma nel ricordo è importante il filtro di te poeta, oppure veramente questo fiabesco mondo esisteva?
Credo proprio che sia il filtro del poeta a rendere fiabesco un mondo in cui non si facevano sconti ai bambini, come si può vedere dal trittico che segue.

NON ERA TEMPO DI CAREZZE
Non era tempo di carezze.
Non c’era tempo per effusioni.
La guerra aveva reso aridi i nostri animi.
Non ci ha fatto conoscere.
Non ci ha fatto amare.
Non so cosa fosse un bacio.
Non ho assaporato la gioia di un abbraccio.
Un bottone cucito addosso ed un filo tagliato con i denti era un gesto affettuoso.
Si giocava a bottoni, allora.
Li perdevo i bottoni, io.
Mia madre me li attaccava,
ed io aspettavo che spezzasse il filo con i denti
sul mio petto.
Abbracci mi parevano.
Non era tempo di carezze, allora.
Maledetta la guerra!

NON ERA TEMPO DI GIUOCHI
Non era tempo di giuochi; non c’era tempo.
Non abbiamo giocato, noi,
figli della guerra.
C’era bisogno di noi, nei campi aridi ed ingrati.
Eravamo indifferenti all’alba e al tramonto.
Neppure ci accorgevamo del sorgere del sole.
Il nostro lavoro iniziava prima e non finiva mai con la luce del giorno.
Avevamo voglia di dormire.
Non avevamo sudore.
Piangevamo senza lacrime.
Eravamo cattivi con gli uccelli e con le farfalle.
Eravamo crudeli con le lucertole.
Pisciavamo nei nidi delle formiche per farle impazzire.
Eravamo ladri.
Eravamo già uomini.
Eppure per noi la vita nei campi e in campagna era ugualmente gioiosa: avevamo poco, ma ci bastava, poiché eravamo di poco bisognosi.
Eravamo felici per ignoranza e ricchi di speranza.

RICCHEZZA
Non avevamo la luce nelle nostre case di campagna.
Non avevamo neppure Vacqua.
Non avevamo orologi per segnare il nostro tempo.
Non avevamo bagni per i nostri bisogni.
Non avevamo palloni per i nostri giuochi.
I muli e gli asini erano i nostri veicoli.
Giocavamo con le ruote ritagliate dalle pale di fichidindia.
E con le palle di stracci.
Eravamo poveri ma di poco bisognosi.
Eravamo felici per ignoranza.
Eravamo ricchi di speranza.

L’esperienza da contadino dei primi 12 anni della mia vita l’ho cristallizzata e quando sono salito in Campidoglio, seduto praticamente sopra la STORIA, mi sono reso conto che quell’infinito irripetibile che avevo vissuto in Sicilia (saper fare il pane, coltivare l’orto, saper fare i canestri e il formaggio) erano tutte cognizioni che mi hanno fatto apprezzare quel periodo, quella cultura, al punto da ritrovarvi i valori essenziali ancora utili all’uomo, soprattutto nei black-out, cioè nei momenti bui.
Valori da ricordare e da raccontare ai bambini di oggi.

RACCONTATE AI BAMBINI
Raccontate ai bambini il passato.
Raccontate come sognavate il futuro.
Insegnate ai bambini come si fa il pane.
Raccontate ai bambini la guerra.
Insegnate ai bambini come si fanno i canestri dove mettere i frutti della terra.
Insegnate ai bambini come si coltiva un orto.
Raccontate ai bambini le gesta dei partigiani.
Fate vedere ai bambini un partigiano prima che finiscano.
Insegnate ai bambini la libertà.
Parlate ai bambini del “Che”.
Svelate ai bambini i genocidi dei traditori delVumanità.
Fatevi navigare nelle vostre storie, nei ricordi della vostra infanzia.
Riaccendete i focolari.
Fate suonare le campane della vostra memoria.
Commuovetevi di nostalgia.

Oggi cosa manca ai giovani? Questo vuoto di poesia può bastare a raccontare la loro solitudine?

Mancano i laboratori naturali, l’allenamento al sacrificio, la conoscenza della natura e la convivenza con il mondo vegetale e animale. Mancano gli asini. Mancano soprattutto i nonni di una volta, quelli che attorno al focolare, nelle lunghe sere d’inverno o sotto una grande pianta di gelso, all’aria aperta nelle serate d’estate, raccontavano i fatti, che erano vere e proprie favole, piccoli poemi di vita vissuta. Ci sentivamo partecipi di un mondo pieno di piccole cose, di riti familiari, di feste, di pane e olio, di canti e balli nell’aia. Si lavorava e si cantava allora. Si dormiva tutti assieme nell’aia, con il canto dei grilli. Un’insalata d’arancia era una festa che consumavamo come un gioco. Il giorno del pane, eccitante. Tutto era magico. Tutto aveva una dimensione umana.

L’umanità sicuramente è più povera e non basterebbero soldi e regalie per far ritrovare il senso dell’umano. C’erano tempi in cui bastavano pochi spicci per credere nel futuro, i ragazzi si accontentavano di giochi inventati : lo zirè abruzzese per esempio ha divertito generazioni di ragazzi. I ragazzi per le stradine del paese, in campagna trovavano di che divertirsi con poco. È un processo irreversibile oppure poeti come te potrebbero compiere il miracolo, rendere possibile un ritorno all’umano?

Sono abbastanza fiducioso; ci sono avvisaglie di un ritorno all’umano. Da qualche anno si avverte una inversione di tendenza: i ragazzi e i giovani stanno tornando alla campagna, Ci sono tante iniziative giovanili nel settore agricolo. Purtroppo non solo non si favorisce questa tendenza, ma si ostacola con misure punitive verso il settore agricolo. Per esempio, non esiste
più il catasto rurale, tutto è considerato urbano. Ciò scoraggia il ritorno alla campagna e il recupero di vecchie case rurali, una volte abitate dai nostri nonni. La mia poesia viene accolta favorevolmente soprattutto dai giovani.
I miei nipoti trascorrono le vacanze in campagna.
Mantengo tutte le tradizioni della vita contadina: coltivare l’orto, fare i canestri, fare il pane con il forno a legna, accendere d’inverno il focolare e ripetere il rito dell’insalata d’arancia e degli occhiali con la buccia.

INSALATA D’ARANCIA
Nelle sere d’inverno, tutti attorno al focolare, a sbucciare arance.
Vaniglia e sanguinelle si sceglievano,
per fare più buona l’insalata.
Era un gioco Era un rito Era una festa
Facevamo gli occhiali con le bucce, e giravamo per casa come ebeti.
Spruzzavamo lo spirito negli occhi: fino a farci venire le lacrime.
E poi nel fuoco,
per creare vampate colorate.
Si tagliavano a fette le arance,
in un piatto gigante,
dipinto come una pala di carretto.
Olio sale e aceto,
facevano più dolci le fette luccicanti.
Armati di forchette,
Iniziava la battaglia.
Rumorosa e allegra, era.
Si inzuppava il pane, alla fine, nel succo condito.
E si ricominciava a sbucciare Più volte fino a saziarci.
Serate indimenticabili.

Il tuo linguaggio riflette la solidità della tua psiche : secco essenziale, sobrio, eppure con una capacità di addentellare il reale, con un immediatezza sorprendente. Colpisci al centro della parola, come si suole dire. Ti è naturale oppure hai dovuto fare uno sforzo per raggiungere questa capacità di dialogo così essenziale?

Proprio nessuno sforzo. Per qualcuno è un limite; per me è solo l’esigenza di essere chiaro ed essenziale. Non scrivo per le persone colte e uso solo parole comprensibili da tutti.
Un complimento che trovo gratificante riguarda la mia presunta capacità di creare quadri dipinti con le parole. A me pare il massimo dei risultati ed è un modo naturale di esprimermi. A volte ricorro a considerazioni apparentemente banali, per arrivare ad una conclusione che sembra non avere attinenza con tutta la premessa, come nella poesia che segue, dove affronto un tema ecologico rammaricandomi del fatto che non ci sono più vermi nelle mele comprate al mercato, ovviamente trattate con pesticidi. Le mie mele sono invece con i vermi e sono più buone di quelle comprate al mercato.

NON CI SONO VERMI NELLE MELE
Ho visto sentieri di formiche affollati da esseri che si rispettano.
Si baciano le formiche quando si incontrano.
Ho visto strade affollate da uomini.
Alcuni si baciano, gli altri neppure si guardano.
Ho visto piazze zeppe di auto, discorrere del nostro futuro.
Ho visto campagne desolate senza vigne e senza orti.
Non vedo più asini portare la legna per il focolare.
Non ci sono più vermi nelle mele comprate al mercato.

Con quali poeti, anche contemporanei, ti sei confrontato e qual’è il poeta che ti ha dato di più?

Senza con ciò voler sembrare originale, sono un incallito autodidatta. Non so neppure se c’è qualcuno che scrive di pane e di olio e di vita agreste, perlomeno tra i moderni

Tra Roma e Berlino quali differenze culturali hai notato. La vita culturale a Roma e Berlino presenta similitudini?

La nostra cultura è impareggiabile, sol che avesse maggiore sostegno. Più che differenze culturali, che tuttavia ci sono e dipendono da fermenti e fattori diversi, a Berlino ci sono cento opportunità per fare cultura mentre a Roma ce ne sono si e no tre. Berlino offre grandi opportunità di spazi culturali, Roma nessuna. A Berlino la spesa per la cultura è una risorsa, a Roma una spesa, peraltro di modesta entità. Il rapporto dei fondi per la cultura è 5 a 1, a favore di Berlino ovviamente. Va detto che a Berlino, dopo la caduta del Muro, ci sono spazi enormi a basso costo, una volta di proprietà pubblica, in buona parte retrocessi ai privati. I giovani vanno a Berlino dove hanno l’opportunità di incontrarsi e fare cultura con i coetanei provenienti da ogni parte del mondo. Non mi pare che la stessa cosa si possa dire per Roma, dove non solo non ci sono spazi a disposizione, ma le poche gallerie che sono rimaste chiudono.

11) Quali sono le cose migliori che secondo te hai fatto fino ad oggi?

In assoluto, per la poesia, il testo che mi ha dato maggiori soddisfazioni è la CANTATA PER LA PACE, rappresentata in quasi tutto il mondo e tradotta in quasi tutte le lingue. Per la scultura il Monumento alle Foibe, collocato nel Piazzale delle Foibe Istriane, sulla via Laurentina a Roma (Capolinea della Metro). Sulle Foibe non ho fatto solo il grande Monumento, ma ho realizzato una serie di mostre (la prima proprio a Berlino all’Istituto Italiano di Cultura nel 2006). Un impegno durato più di dieci anni volto al recupero della Forma della Memoria, di cui vado fiero, nonostante gli ostacoli incontrati. C’è poi, nella pittura, il mio lavoro su Don Chisciotte, con una mostra a Velez Malaga nel 2003 e con l’illustrazione dell’opera di Cervantes in edizione pregiata. L’enorme lavoro sul Don Chisciotte mi ha portato a fondare il movimento del Cavaliere Arancione, con l’ultima grande mostra al Complesso dei Dioscuri al Quirinale, promossa dalla Direzione Generale per le Biblioteche e gli Istituti Culturali del Ministero dei Beni Culturali, tenutasi nel febbraio-marzo scorso, con il significativo titolo: Dall’ALCANTARA alla MANCIA – Pensieri, colori e forme del Cavaliere arancione.

 E quali sono i progetti che ti accendono di più?

Intanto continuare a sviluppare il progetto del Movimento del Cavaliere arancione, fondato su sette principi basilari, che sono i seguenti:
1 – L’Arte è cultura del pensiero e dell’essenza spirituale della natura
2 – L’Arte è un messaggio etico
3 – L’Arte è immaginatone di ciò che non è stato mai visto
4 – L’Arte è recupero delle visioni primitive, infantili ed ancestrali
5 – L’Arte è visionaria finzione di ciò che verrà ritrovato dopo la storia
6 – L’Arte è creazione della forma della memoria e della metamorfosi dell’oblio.
7 – L’Arte è casualità di colori, materia e suoni, da cui nasce l’idea inconscia della creazione C’è poi un progetto, che ho da tempo nel cassetto e mi pare sia giunto il momento di tirarlo fuori: la fondazione di una rivista di cultura etica dal titolo L’OCCHIO ETICO, che è il titolo di una mia riuscita scultura, un bozzetto per un grande monumento.
Attraverso l’etica forse potremmo uscire da questa micidiale e sconfortante crisi.

 

Anna MAnna

 

Note bibliografiche
Ha pubblicato, tra l’altro, Insalata d’arancia (ed. dB – 2000) con prefazione di Ferruccio Ulivi;
Noi Siciliani (ed. Arion – 2001); Pensieri dipinti (2001), una raccolta di poesie e opere pittoriche, promossa e presentata in una mostra a Palazzo Firenze a Roma dalla Società Dante Alighieri; la raccolta completa di poesie Pane e Olio (ed. Pagine – 2002) con prefazione di Aldo Forbice e Marco Nereo Rotelli; Giocatore di sogni (ed. Lepisma – 2003) con prefazione di Luigi Reina; Quant’è buona la cipolla Novelle della Valdemone – (ed. Croce – 2004) con prefazione di Carlo Lizzani; Orgia di serpi (ed. Lepisma – 2005), con prefazione di Corrado Calabrò; Foibe – La forma della memoria, che ha accompagnato la mostra di dipinti e sculture all’Istituto Italiano di Cultura di Berlino dall’8 febbraio al 14 marzo 2006.
Suoi i testi della Cantata per la pace, insieme a quelli di Papa Woityla e Salvatore Quasimodo, con Musiche di Ada Gentile, per il concerto di chiusura delle manifestazioni del Giubileo del 2000, in S. Maria degli Angeli a Roma: L’opera, tradotta in tutte le lingue, è rappresentata in tutto il mondo.
Ha ricevuto numerosi premi e attestazioni.
Ha dipinto la bandiera della pace, che Angelo D’Arrigo ha portato sull’Everest.
Il dipinto “Angelo” è esposto al Museo degli Angeli di Lucia Bosè – Segovia – Spagna.
La scultura “Il Salvatore” è collocata nel Chiostro della Biblioteca di Agapito al Celio-Roma.
La scultura “Fuori dal mondo” si trova al Museo Angelo D’Arrigo di Catania.
Ha eseguito il Monumento alle Foibe, che verrà collocato nel piazzale antistante la Stazione della Metro Laurentino a Roma.
Il 6 ottobre 2007, a Motta Camastra, alle Gole dell’Alcantara, ha ricevuto il Premio Internazionale “Sicilianità nel Mondo”.
E’ stato incaricato dalla TREC di illustrare il DON CHISCIOTTE in edizione pregiata.
Ha eseguito scenografie per il film “13 a tavola” regia di Enrico Oldoini, con Giancarlo Giannini e per lo spettacolo teatrale “Vino, nettare degli dei”, con Daniela Barra – Regia di Walter Maestosi.

LE MOSTRE PERSONALI PIU’ IMPORTANTI

PENSIERI DIPINTI – Società Dante Alighieri – Pal.Firenze Roma – Novembre 2001

COMIZIO UNIVERSALE – Biblioteca di Agapito al Celio – Roma – Ottobre 2002

NEW YORK GROUND ZERO – Galleria Eleuteri – Roma – Aprile 2003

DON CHISCIOTTE – Velez Malaga – Spagna – Agosto 2003

UN DON CHISCIOTTE SICILIANO – Fondazione Mazzullo – Taormina – Gennaio 2004

MOAI DEL XXI SECOLO – Isola di Pasqua (Cile) –Maggio 2004

PELLE DI LAVA (omaggio a Mazzullo) – Galleria Lancellotti – Roma –Marzo 2005

DON CHISCIOTTE – Arte Expo – Hangzou – Cina –Novembre 2005

FOIBE – La forma della memoria – Ist. Ital. Di Cultura – Berlino – Febbraio-marzo 2006

FOIBE – La forma della memoria – Wellness Town – Roma – Febbraio 2007

Web: www.giuseppemannino.it
Info: mannino@giuseppemannino.it

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